ARTICOLI SU CARCERE E ALTRO DI GENNAIO 2009
di Vincenzo Andraous
7.1.09
UNA CONQUISTA DI COSCIENZA
L’anno nuovo è alle porte, cosi la promessa di sostituire alla parola
sopravvivenza la parola esistenza, ma nel frattempo un altro detenuto si è
tolto la vita.
Certo
è che del carcere tutti sappiamo tutto, ma a pochi importa qualcosa davvero.
Questo
vale anche per chi in carcere muore, per chi in galera sopravvive e per chi ci
lavora, perché ognuno parla, agisce, dimentica, per ideologia, per
appartenenza, di conseguenza ognuno mira al proprio interesse personale, al
rafforzamento della propria casta, al male minore da scegliere.
E
così i morituri non fanno notizia né suscitano pietà: quella è finita da un
pezzo nelle carceri italiane.
Esaurita
la pietà, come la sensibilità, perché la prigione così deve essere: un luogo
di morte, in cui ipocritamente è richiesta speranza e riabilitazione.
Il
carcere e la pena, il carcere e la persona umana, il carcere e gli operatori mai
sufficienti, il carcere e la sicurezza, il carcere…..e l’uscita con i piedi
in avanti.
Un
tempo ( fortunatamente superato ) si “evadeva” in questo modo tra rivolte e
omicidi, oggi per somma di sofferenza e di abbandono, e seppure la differenza
sia abnorme, non saprei quale delle due eredità sia un fardello accettabile.
In
questa inumanità che allontana e divide, appare pressante una domanda. Si tratta si tratta di stabilire una certezza, non solo
quella della pena, troppo spesso usata come nascondimento di ben altre assenze
politiche, occorre piuttosto delineare un’altra certezza, quella della vita,
della dignità, della speranza. E lo si può fare partendo da un interrogativo,
che può apparire anacronistico: a chi il compito di educare? Educare perché e
a che cosa e quando?
Queste
domande, che possono riguardare ambiti diversi e ruoli distanti tra loro, sono
interrogativi esistenziali, e dalla risposta che daremo, responsabile o
disimpegnata, dipende in generale la qualità della vita sociale, nello
specifico invece il sentire e l’agire di chi il carcere lo gestisce e ancor di
più lo vive, subendolo passivamente.
Quando
una persona muore tragicamente e, peggio, in solitudine, non ci sono soluzioni
esaustive o convincenti per far sì che quanto accaduto non si ripeta, ma almeno
si può tentare di chiamare con il suo nome quella assenza che ha causato il
danno: in questo caso l’attenzione.
Si
parla spesso di rieducazione, di trattamento, di pena che recupera, di mezzi e
strumenti che mancano, forse occorre fare un passo indietro, e pensare, dentro e
fuori, nella posizione che ognuno occupa, che siamo educatori e educandi, sempre
e comunque, e educare alla vita può
diventare un imperativo anche in galera: se sapremo riconoscere il valore della
dignità umana.
Educare
a rieducare non è uno slogan, né una critica, bensì è intendimento e capacità
operativa, affinché il costruire e ricostruire insieme non rimangano forme
dialettiche rinsecchite, che servono solo a giustificare il proprio compito, ma
ritrovino un sistema di valori, di diritti e doveri condivisi, come processo
veritativo per una conquista di coscienza.
12.1.09 PIU’
INFANTILIZZATI DI QUANDO SONO ENTRATI
In questo ultimo periodo non
si fa che parlare di eliminare le vecchie fortezze penitenziarie perché
fatiscenti e inumane. Ciò mi fa pensare a quella Edilizia Penitenziaria nata in epoca emergenziale, privilegiando
criteri tecnologici di neutralizzazione e incapacitazione,
Per cui se questa è questa
l’ottica mi chiedo dove potrà estrinsecarsi
l’aspetto di carattere trattamentale-rieducativo, risocializzante, di
recupero del detenuto.
Se
il carcere che nascerà non avrà
spazi di risocializzazione, perché costruito su un ragionamento di solo
contenimento del fenomeno criminale, se gli spazi in questione verranno
immediatamente occupati per la troppa abbondanza di carne umana, e quindi
non saranno adibiti a laboratori, a sale di lavoro, di studio ( tra
l'altro il lavoro è l'unica terapia valida, lo strumento principe di qualunque
trattamento), continuerà a venire meno la funzione stessa della pena e, cosa
ben peggiore, aumenterà la recidiva e la società si ritroverà in seno uomini
ancora più infantilizzati di quando sono entrati.
Ascoltando
poco la televisione e assai di più le parole dei
cittadini della strada, che arrabbiati lo sono certamente, ma
fors’anche un pò confusi, si rafforza in me la convinzione
che occorre davvero “ricostruire l'uomo dal di dentro”, attraverso
gli strumenti legislativi e l'impegno da parte della società e degli Operatori
Penitenziari.
In
un Istituto sono di importanza fondamentale nel recupero del detenuto: l'Equipe
del carcere formata dal Direttore, dal Comandante dagli Agenti di Polizia
Penitenziaria, dagli Educatori. Psicologi, Cappellani, Assistenti sociali, le Associazioni di Volontariato, gli stessi Agenti di Polizia
Penitenziaria, che rimangono il vero nocciolo della questione, il fulcro
dell'ideale rieducativo della pena, essendo loro a vivere a stretto contatto con
i reclusi.
Ogni
percorso risocializzante e di riabilitazione, senza la professionalità di
queste figure istituzionali rimarrà un'astrazione. Infatti l’assenza
di questi riferimenti porta se non ad una incompleta attuazione della
Riforma Penitenziaria. ad un rallentamento della stessa, e peggio
ad una accettazione passiva della pena che nulla insegnerà al detenuto.
L'uomo
oltre il muro dovrà saper vincere una scommessa assai importante,
riappropriarsi di una cultura, di una conoscenza, e ciò può avvenire
unicamente con l'incontro e il confronto con la società esterna.
In
questo senso assume grande rilievo l'impegno di ognuno,
ciò alimentando processi ripetuti di relazioni e interazioni, affinché
sia possibile un cammino di crescita individuale attraverso la sinergia di
quattro poli convergenti: Magistratura, Istituzione Penitenziaria, Società e
Detenuti.
Se
solo una di queste componenti viene meno tutto il progetto è destinato a
fallire.
Se
il “carcere” vuole divenire un “luogo ultimo”,
che assolve alla sua vera funzione di salvaguardia della collettività,
di sicurezza e di recupero
effettivo degli uomini, forse dovrà
rifarsi anch'esso a quanto ci ha detto il Beccaria: “UNO STATO HA TUTTO IL
DIRITTO DI DIFENDERSI MAI DI VENDICARSI”.
19.1.09 articolo sul bullismo che ancora c'è anche se fintamente non se n'è più parlato......
ASPIRANTI PROFESSIONISTI DELL’ULTIMA META
Quando la trasgressione diventa così feroce e sorda da divenire violenza e quindi devianza, si corre il rischio di banalizzare ogni cosa, anche le persone, le vittime, gli stessi aggressori, affermando che le ragioni sono evidenti e riconducibili a fattori noti.
Eppure nei tanti fatti di cronaca violenta che attraversano il paese, nelle tragedie e nelle ruvidità della realtà che ci scuote, c’è la pretesa di una spiegazione, che vada oltre le solite pantomime elargite a piene mani.
Ci sono atteggiamenti, comportamenti e stili di vita che trasversalmente sono propri di condizioni differenti, di età scompaginate dalle rappresentazioni mediatiche che non concedono tregua al bisogno di ottenere e esaudire.
Adolescenti che sbandano, che urtano sui guard-rail, piombano sulle carreggiate opposte alla loro visuale, in frontali apparentati alla fretta di fuggire via dalle banalità e dalle abitudini vissute come debolezze per sfigati, schiacciati dalla paura di non farcela, per non dover incontrare la scelta obbligante, la responsabilità della fatica e della sofferenza di una emozione, di una passione, di una rinuncia.
Muoiono ragazzi, rimangono a terra donne e bambini, falcidiati dalla disattenzione con cui si sorvola sulle difficoltà a riconoscere nell’immediato una violenza “ingiustificata, gratuita”, stupida fino a renderla insopportabile, come dovrebbe essere per ogni azione svuotata di valori legati al rispetto della dignità umana.
Non sarà certo il ricorso agli slogans, alle minacce, alla galera sempre più facilmente erogabile, che aiuterà a individuare i motivi che muovono le strategie più folli.
Durante un incontro un ragazzo mi ha detto che sono un rigorista esagerato, che non è il caso, in fin dei conti dare un pugno sul naso a qualcuno non è corretto, ma a volte serve, perché conta colpire per primi, e non fidarsi mai di nessuno è anche meglio.
Accadimenti tragici moltiplicano le ansie, le paure, le violenze divengono vissuti quotidiani, è allarme che non cessa di tramortire la ragione, eppure continuiamo a spintonare le eventuali risposte, a spostarle qua e là, come a voler significare che si tratta di mera “sporadicità”, di delinquenza comune, di criminalità di piccolo cabotaggio, lacerazioni autoescludenti in poco tempo.
Un bullo maltratta il compagno, un ragazzino diventa eroe negativo del gruppo dei pari che lo esalta e protegge, giovani dalla guida assassina, altri con la roba in tasca per arrivare a mattina, o meglio iniziare a “vivere” nel week-end, gli altri a violentate donne e atterrare nuclei famigliari.
C’è un grande e impellente bisogno di onestà intellettuale, di risposte condivise, per non assoggettarsi a trame più teatrali che sociali delle urgenze del paese, ai nostri figli è richiesto di esser ben preparati e formati per poter occupare i nostri scranni di buoni educatori, eppure la morale ricorrente è quella del piedistallo inamovibile, perché non c’è tempo da “ buttare via” quello che rimane è asservito al raggiungimento di un benessere finanziario oramai sprovvisto di deroghe.
Giovani aspiranti professionisti dell’ultima meta appaiono sicuri della loro infallibilità, purtroppo scambiata per impunibilità, in questa fossa comune dei sentimenti e delle relazioni che non crescono, dove le motivazioni sono una punteggiatura assente, incontrano il vicolo cieco del reato.
Reale e virtuale non hanno più separatezza come l’inganno che ne scaturisce.
26.1.09 IN RICORDO DI FABRIZIO DE ANDRE’
Caro Gesù stasera voglio parlarti di un tuo figlio, uno di quelli lontani, uno di quelli che sono rimasti sempre là, dove si tributa onore al padre, amore alla madre, fede negli uomini e nelle loro capacità.
Voglio
parlarti di uno di quelli che scriveva e cantava a molti, a tanti, forse per
nessuno, o forse solo per se stesso, per me, anche per te.
Uno
di quelli che viene additato e poi concluso in un saluto senza troppe pretese,
giudicato e messo di lato, senza
conoscerne ideali e sentimenti e passioni.
Uno
di quelli liberi dentro, come il suo cane, Libero di nome e di fatto, negli
occhi che non conoscono pause, curiosi come te, che non manchi mai di guardare
dove gli occhi si chiudono per lo sfinimento.
Voglio
parlartene perchè da tempo ho disconosciuto il senso di quest’uomo, ho
solamente contribuito a rafforzarne il mito, una verità di comodo, una
affermazione di sollievo per le mie rese e le mie sconfitte, un moto di rabbia
per quel che non ho, usandone maldestramente le parole, i suoni, le stesse
inattaccabili speranze.
Voglio
parlarti di questo tuo figlio ribelle, nella stalla a pensare, nella cantina a
bere vino, nella vita a spalancare la porta a una imprecazione, uno di quelli
che non accetta di tradire, uno dei tuoi figli grandi per cuore e per generosità,
uno di quelli veri fino in fondo, per ciò che hanno lasciato in eredità, nei
segni incerti sulla carta che incontrano lo sguardo Alto, uno di quelli che sta
sulla Croce senza neppure accorgersene, ma che non lascia scampo all’anima più
nera, a quella meno onesta.
Voglio
parlarti di questo tuo figlio, nato contro, nato di lato agli inganni, alle
trappole degli invidiosi, di quanti non hanno voluto rispettarlo, e stimarlo,
uno di quelli dalla sofferenza nella carne, del pessimismo con spessore, della
storia che non racconta giorni sognati, uno di quelli preso a botte, portato
via, rilasciato più vecchio nella barba, ritornato meglio ancora della vita che
gli è stata rubata.
Caro
Gesù voglio parlarti di questo tuo
figlio, malcelato verso le conformità fittizie, quelle senza tradizioni,
culture, uno di quelli che non hanno
voglia di mostrarsi, di mettersi in fila e attendere un commiato, una commozione
di rimando a una tragedia consumata lentamente.
Uno
di quelli con i palmi delle mani aperte, con il corpo esile a difendere
un’idea, uno di quelli che ci ha sempre creduto, che non ha mai smesso un
istante di credere di migliorare il mondo, attraverso una nota nascosta nelle
tasche vuote, uno di quelli che forse non ti ha mai creduto, ma ti ha dato il
fianco nudo.
Uno
di quelli che non ha stentato di fronte al pericolo di parlare dei vinti, degli
sconfitti, dei ladri e degli assassini, ne ha parlato con il dolore delle
vittime inascoltate, con il coraggio di chi non teme di rimanere indietro.
Come
te caro Gesù, non ha mai sperperato buone parole, immensi sentimenti, da te ha
imparato a non credere a una realtà sognata, ma a una libertà di tutti i
giorni, nei gesti quotidiani ripetuti, al fare e all’agire nel rispetto della
dignità di ciascuno.
Caro
Gesù ho voluto parlarti di uno di noi, uno di quelli andato via giovane, ma
rimasto lì, come una preghiera che non stanca mai, che muove le labbra, spinge
in avanti le gambe, per un po’ di pietà sincera.
31.1.09 articolo sul bullismo di cui non si deve più parlare perchè è tutto sotto controllo..........
BULLISMO UNA VERA E PROPRIA CONTRAPPOSIZIONE CULTURALE
Bullismo in
percentuale accettabile, sento dire da qualche tempo, trasgressione da ragazzi,
devianza che non è ancora diventata un dato esponenziale, insomma si tratta di
una violenza addomesticabile, è tutto sotto controllo, come se la scuola
innanzitutto e la famiglia in coda, avessero deciso di stendere un velo su
questo argomento.
Bullismo
che non è più riconducibile al solo disagio relazionale che assale gli
adolescenti e pure qualche adulto idiota, ormai bisogna parlare di una vera e
propria contrapposizione culturale: una parte non troppo marginale dei nostri
giovani ha deciso di intraprendere un tragitto di vita senza servirsi degli
strumenti salvavita che la prudenza e la pazienza impongono, l’esperienza che
il mondo adulto gli mette a
disposizione.
E’
pesante la sensazione che di bullismo non si debba più parlare, quasi non si
trattasse di un cancro, una
metastasi culturale da estirpare.
Qualcuno
cita inopportunamente altri paesi, altre realtà e altri organigrammi sociali
per fare intendere come si dovrebbe operare per risolvere definitivamente
l’epidemia; durezza e galera, come in Inghilterra, in America, omettendo però
di dire che si tratta di parallelismi assurdi. Infatti sono situazioni e
problematiche che non è possibile fotocopiare, e soprattutto in questi paesi,
dove si è cercato di “ridurre il danno” attraverso una dose robusta di
castigo e punizione statuale, s’è venuta a creare una situazione
insostenibile, minori morti ammazzati ai bordi delle strade, carceri stracolme
di giovanissimi pronti a morire alla prima occasione.
Atti
di bullismo zero, ma allora come è
possibile che a ogni corridoio di scuola, angolo
di classe, al centro di una piazzetta, dentro un raduno, l’odore della
prepotenza si respira senza possibilità di errore.
Come
è possibile dialogare sulle problematiche giovanili con un fare e dire sempre
più isterico, sempre meno professionale, e di rimando con un uso improprio
delle regole e delle civicità
calate dall’alto, autoassolvendo il mondo dei grandi da una responsabilità
imperdonabile.
Chissà
se forse non occorrono meno effetti speciali, mettendo davanti a quanti sono già
futuri “carcerati”, persone lacerate dalla sofferenza, da quel
dazio pagato e ancora da pagare, testimoni senza più parola che
potrebbero spiegare ciò attende coloro che si sentono stoltamente i più furbi.
Opporre
alla violenza di un’età bloccata, la storia raccontata in prima persona da
chi è diventato vecchio da giovane per quella prepotenza perpetrata, per il
male fatto e per la tragedia
colpevole che ne è seguita, e non avrà a disposizione un’altra vita per
provare a riconsegnare dignità alla propria esistenza.
Insegnanti
assenti, educatori distratti, genitori dall’arringa aggressiva, disposti a
sferrare schiaffi e gomitate pur di difendere a spada tratta i propri pargoli:
forse è il caso di riformare il mondo della maturità diplomata e laureata,
quella maturità raggiunta senza troppe fatiche, che quindi
reclama altrettante
facilità operative, forse è più urgente “insegnare” dapprima ai
grandi: per poter arrivare senza fraintendimenti ai più piccoli, l’importanza
del rispetto per se stessi e per gli altri. E questo rispetto non è possibile
impararlo attraverso la solita formuletta disegnata alla lavagna, semmai con
l’esempio autorevole di chi rimane un protagonista positivo del proprio
destino.