Cari amici,

                        dopo la lunga pausa estiva vi invio il numero 162 del nostro Foglio di Collegamento.

 

Si tratta di un numero particolarmente ampio, infatti la pena di capitale e le violazioni dei  diritti umani non vanno mai in vacanza!

 

Purtroppo l'allarme sulla situazione italiana connesso con la 'sicurezza' - che avevano lanciato nel numero scorso esulando dai nostri  temi specifici - non si e' attenuato anche se non

possiamo continuare a seguire in dettaglio le nefaste conseguenze dell'approccio 'sicuritario'.

 

Questo numero e' dedicato in gran parte all'esecuzione di Jose' Medellin avvenuta in Texas il 5 agosto in aperta violazione della legalita' internazionale.

Molto spazio e' dedicato alle violazioni dei diritti umani che conseguono alla 'guerra globale al terrore', cosi' come e' intesa dal gruppo che detiene il potere negli Stati Uniti d'America,

nel momento delicato in cui si profila il cambio di guardia alla Casa Bianca.

 

Un aspetto particolarmente preoccupante della guerra al terrore' e' lo spionaggio massiccio delle comunicazioni dei cittadini pacifici e dei gruppi di opposizione politica in tutto il mondo.

 

Non dimenticate che il nostro scopo primario e' quello di sostenere i condannati a morte e notate la RICHIESTA DI CORRISPONDENZA di Ricardo Gonzales dalla Florida.

 

Con l'augurio di una buona lettura e il rinnovato invito a farci avere i vostri commenti su quanto scriviamo i piu' cordiali saluti

 

Giuseppe Lodoli

p. il Comitato Paul Rougeau

 

P. S. I numeri arretrati del Foglio di

Collegamento si trovano nel nostro sito www.paulrougeau.org

 

 

 

 

 


FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 162   -   Luglio / Agosto  2008

 

 

 

 

José Medellín

 

 

Sommario:     

 

‘Sicurezza’ e violazioni dei diritti umani dei deboli                                                             pag.                1

Josè Medellín ucciso in Texas a furor di popolo                                                                                      2

José voleva che rimanessimo amici per molti anni ancora                                                                       5

In America si insiste per la pena di morte agli stupratori di bambini                                                                   6

Spiare tutti: sanata per legge l’iniziativa segreta di Bush                                                                         8

Spiare tutti, in maniera sempre più sistematica                                                                                        9

Spiati tutti, anche gli abolizionisti del Maryland                                                                                      10

La ‘guerra globale al terrore’ eredità irrinunciabile                                                                                           11

Tra Obama e McCain, c’è poco da sperare                                                                                             13

Furia di esecuzioni in Iran, anche di minori all’epoca del reato                                                              14

Karadzic davanti al Tribunale Penale Internazionale                                                                              15

Ricardo Gonzales cerca una sincera amicizia                                                                                          16

Cancellate le richieste di pen pal da un sito abolizionista                                                                       17

Notiziario: Usa                                                                                                                                          17

 

 

‘SICUREZZA’ E VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI DEI DEBOLI

 

Purtroppo l’allarme da noi lanciato a giugno sul ‘fenomeno sicuritario’ (v. n. 161) è risultato del tutto giustificato e le previsioni da noi fatte si sono via via avverate in termini di persecuzione dei poveri, degli zingari, degli immigrati, e di approvazione delle numerose norme persecutorie nei riguardi degli immigrati e delle fasce deboli della popolazione, contenute nelle varie parti del ‘pacchetto sicurezza’. Rare e contrastate voci si sono levate contro questi crimini, nel perdurante silenzio della maggioranza di coloro che nella società si trovano a svolgere un ruolo di formazione dell’opinione pubblica e di indi­rizzo morale. Mancano degli osservatori che possano fornire dati quantitativi attendibili sulla persecu­zione in atto, un fenomeno per sua natura difficilmente rilevabile e quantificabile perché si realizza in numerosi frammentati episodi. Nulla ci lascia sperare in un’inversione di tendenza, tutto ci lascia temere che la persecuzione dei deboli prosegua e si aggravi.

 

 

 

JOSÈ MEDELLÍN UCCISO IN TEXAS A FUROR DI POPOLO

 

Nessuna autorità statunitense ha negato l’obbligo internazionale degli Stati Uniti di rimediare alle vio­lazioni del Trattato di Vienna sulle Relazioni Consolari compiute ai danni di 51 Messicani che furono arrestati, processati e condannati a morte negli USA senza poter fruire dell’assistenza del proprio con­solato. Tuttavia finora nessuno ha disposto tale riparazione e nessuno è intervenuto per fermare la mac­china della morte programmata in Texas per uccidere José Medellín, uno di tali condannati. Medellín è stato ucciso il 5 agosto e rimane del tutto incerta la sorte degli altri condannati messicani.

 

E’ stato ucciso in Texas il 5 agosto 2008 il messicano Josè Medellín, arrestato nel 1993, accusato e giudicato colpevole di reato capitale senza potersi giovare dell’assistenza del proprio consolato, in vio­lazione del Trattato di Vienna sulle Relazioni Consolari firmato e ratificato dagli Stati Uniti.

   A nulla è servita la sentenza Avena and Others Mexican Nationals emessa il 31 marzo 2004 dalla Corte di Giustizia Internazionale dell’Aia (CIG) che impone agli Stati Uniti di rimediare, in modi auto­nomamente scelti purché efficaci, alla violazione del Trattato di Vienna nei riguardi di Medellín e di altri 50 condannati a morte messicani.

   Come è potuto avvenire che – non in un piccolo stato arretrato dell’Africa o dell’Asia, ma negli Stati Uniti - si sia arrivati ad uccidere legalmente una persona in aperta e riconosciuta violazione della lega­lità internazionale?

   Abbiamo seguito con diversi articoli, l’ultimo dei quali uscito a fine giugno, la vicenda di José Medellín. Un mese prima della data fissata per l’esecuzione la sua situazione giudiziaria era fluida, con tre diversi possibili sbocchi ancora aperti nell’immediato per gli Stati Uniti, caso mai avessero voluto onorare i loro obblighi internazionali: 1) emissione di un ordine di sospendere l’esecuzione da parte di una corte di giustizia statale o federale, fino alla Corte Suprema degli Stati Uniti; 2) emissione di un provvedimento di clemenza del governatore del Texas Rick Perry su proposta della Commissione per le Grazie, 3) attivazione del Congresso federale e/o del Parlamento del Texas per arrivare all’approvazione di una legge che attuasse la sentenza della CIG.

   Il 16 luglio la Corte Internazionale di Giustizia – rispondendo alla richiesta del Messico del 5 giugno (v. n. 161) - ha ordinato agli Stati Uniti di fermare le 5 esecuzioni di Messicani pendenti in Texas, a cominciare da quella imminente di José Medellín.

   Il governatore Rick Perry ha risposto sprezzantemente all’ordine della CIG per bocca del suo porta­voce Robert Black: “La Corte Internazionale non ha valore in Texas e il Texas non è legato dalle regole e dagli editti di una corte straniera. E’ facile farsi invischiare in discussioni sulla legge internazionale e sulla giustizia e sui trattati. E’ molto importante ricordare che questi individui stanno nel braccio della morte per aver ucciso nostri concittadini.”

   Come dire: noi Texani non capiamo niente di certe sottigliezze, e vogliamo fare giustizia come ci pare.

   Il rozzo argomento del Texas, purtroppo non è stato solo del Texas. Anche la maggioranza dei giudici della Corte Suprema federale hanno infine argomentato in maniera simile, dimostrandosi nei fatti inca­paci di rispondere alla domanda: ‘Come dare effetto alla sentenza della Corte Internazionale che costi­tuisce oggettivamente un obbligo per gli Stati Uniti?’

   Per arrivare a capire l’ultimo pronunciamento delle Corte Suprema, partiamo dalla contorta sentenza Medellín v. Texas del 25 marzo (v. n. 158), nella quale la maggioranza dei nove giudici vestiti di nero, arrampicandosi sugli specchi, avevano respinto il ricorso di Medellín, che chiedeva la revisione del processo, evitando accuratamente di dire a chiare lettere che gli Stati Uniti sono esentati dal rispetto dalla legalità internazionale. Uno dei capisaldi del loro ragionamento era che la sentenza della Corte Internazionale per diventare efficace avrebbe dovuto ottenere l’avallo del potere legislativo (e non di quello esecutivo: il Presidente Bush nel 2005 aveva chiesto ai singoli stati di onorarla, v. n. 127).

   In questa ottica, il 14 luglio, per iniziativa dei deputati democratici californiani Howard Berman e Zoe Lofgren, è stata depositata alla Camera dei Rappresentati degli Stati Uniti una proposta di legge ad personas per Medellín e gli altri Messicani condannati a morte compresi nella sentenza Avena and Others… emessa dalla Corte Internazionale di Giustizia. La nuova legge, che prevedibilmente non verrà discussa prima dell’inizio del prossimo anno, afferma che deve essere riconosciuto ai Messicani Avena ed altri il diritto ad una riparazione, da parte delle corti federali, della violazione del Trattato di Vienna commessa a loro danno, riparazione che può comportare l’annullamento dei processi capitali a cui furono sottoposti. Anche presso il Senato del Texas è stata depositata un’analoga proposta di legge.

   Nonostante ciò la Corte Suprema non ha voluto concedere una sospensione di 240 giorni dell’esecuzione di Medellín, richiesta dal Messico in modo tale che il Congresso o il Texas avessero il tempo di discutere tali leggi. La tesi è che la probabilità che il Congresso o il Parlamento del Texas vo­gliano agire per rimediare alla violazione del Trattato di Vienna nel caso di Medellín è troppo remota per giustificare un rinvio dell’esecuzione!

   Nella sua ultima decisione del 5 agosto (peraltro assai controversa e presa a stretta maggioranza, noti­ficata tre ore dopo il momento fissato per l’esecuzione di José Medellín) la massima corte non ha sa­puto resistere dal notare esplicitamente – a riprova del sussiego con cui gli USA guardano alla legalità internazionale - che gli Stati Uniti si sono ritirati dalla giurisdizione della Corte Internazionale nel 2005 (peccato che lo abbiano fatto a posteriori, un anno DOPO che la Corte aveva sentenziato sfavorevol­mente nei loro confronti, v. n. 127).

   Tale annotazione e il complesso della sentenza mettono a nudo il ‘gioco delle parti’ fatto dal Governo federale e dallo stato del Texas in questi anni, cominciato con la richiesta del Presidente Bush nel 2005 ai singoli stati di onorare la sentenza della Corte Internazionale (v. nn. 127, 153, 158).

   Vana e pro forma appare la lettera scritta al Governatore del Texas in favore di Medellín congiunta­mente dal Segretario di Stato Condoleezza Rice e dall’Attorney General (Ministro della Giustizia) Michael Mukasey il 19 giugno (v. n. 161).

   Gli interventi di Bush e degli altri personaggi federali, del tutto inefficaci per il raggiungimento del fine dichiarato, appaiono più che altro un tentativo di attenuare il danno di immagine subito dagli Stati Uniti, colti in flagrante violazione della legalità internazionale.

   Se il Presidente degli Stati Uniti, il Segretario di Stato o il Ministro della Giustizia avessero voluto davvero ottenere il rispetto della sentenza della Corte Internazionale avrebbero potuto esercitare la loro enorme pressione politica sul Texas!

   Quanto meno, le autorità federali avrebbero potuto rivolgersi alla Corte Suprema per sostenere la ri­chiesta in extremis di sospensione dell’esecuzione di Medellín avanzata dal Messico.

    Invece il Dipartimento di Giustizia federale non ha voluto svolgere alcun ruolo nell’ultimo round presso la Corte Suprema, come rileva la sentenza del 5 agosto: “Questo silenzio non sorprende. Gli Stati Uniti non si sono spostati dalla loro posizione che [Medellín] non ricevette pregiudizio dalla man­canza di accesso consolare.”

   L’ultima sentenza della Corte Suprema, caduta come la lama di una ghigliottina ben oltre l’orario sta­bilito per l’uccisione di José Medellín, ha sbloccato la squadra di esecuzione del Texas impaziente di portare a termine il proprio macabro ‘lavoro’.

   Era stata preceduta da tutti i possibili tentativi di strappare Medellín alla morte fatti dai valorosi av­vocati Sandra Babcock e Donald Francis Donovan. 

   Il 22 luglio un giudice distrettuale federale ha rifiutato di considerare una richiesta di Babcock e Donovan di sospensione dell’esecuzione di Medellín mancando il preventivo permesso della Corte d’Appello del Quinto Circuito. Il 28 luglio, dopo il diniego del permesso da parte della Corte d’Appello del Quinto Circuito, gli avvocati di Medellín sono ritornati alla massima corte penale del Texas, la Corte d’Appello Criminale.

   La corte texana ha reso noto il 1° agosto di aver respinto la richiesta di sospensione, mentre rimaneva pendente l’ultimo ricorso alla Corte Suprema federale e si attendeva la decisione della Commissione per le Grazie del Texas. Tale Commissione doveva rispondere sulla petizione di clemenza avanzata dal condannato (in teoria caldeggiata anche dalle autorità federali).

   La decisione di non raccomandare alcun tipo di clemenza, della Commissione per le Grazie notoria­mente legata a doppio filo col Governatore, presa all’unanimità dai sette membri preposti, è arrivata la vigilia dell’esecuzione. A quel punto era impensabile che il Governatore usasse la sola opzione che gli rimaneva: sospendere l’esecuzione per 30 giorni.

   Il Governatore del Texas Rick Perry, non si è sognato di prendere in considerazione le richieste fede­rali né i richiami internazionali in favore di José Medellín (1), ma ha certamente prestato attenzione all’opinione pubblica del Texas che, a quanto ci risulta, era ferocemente schierata per l’esecuzione del condannato.

   I più importanti quotidiani del Texas, i quali notoriamente propendono per l’abolizione della pena di morte, hanno riportato freddamente gli avvenimenti che suggellavano giorno dopo giorno la sorte di José Medellín. Hanno ricordato che l’esecuzione stava avvenendo in violazione della legalità interna­zionale ma non vi si sono opposti frontalmente. In quasi tutti gli articoli veniva sottolineata l’atrocità dei delitti compiuti nel 1993 dal 18-enne José insieme ad altri cinque giovanissimi membri di una gang che, nel corso di un rito di iniziazione, stuprò ed uccise senza pietà due ragazzine di 14 e 16 anni, Jennifer Ertman ed Elizabeth Peña.

   Abbiamo letto attentamente i primi messaggi dei lettori che commentavano gli articoli sull’esecuzione di Josè Medellín comparsi nel sito del quotidiano Houston Chronicle.

   Su una sessantina di messaggi ne abbiamo trovato uno solo chiaramente contrario all’esecuzione, gli altri, nel chiedere la morte del condannato, erano raramente moderati e quasi sempre esasperati. Ne ci­tiamo alcuni, augurandoci che non esprimano fedelmente la mentalità del Texano medio (2):

- 15 anni sono troppo lunghi da aspettare per vedere questo giorno, [José Medellín] possa bruciare all’inferno per l’eternità.

- Spero che questa esecuzione porti ad una qualche chiusura del dolore per le famiglie Ertman e Peña, esse hanno sofferto a lungo. José Medellín, è giunto per te il momento di incontrare il tuo creatore, il Diavolo in persona.

- Se c’è ancora bisogno di una prova che le Nazioni Unite promuovano l’omicidio nel mondo invece di processi equi e giustizia, è questo il caso. L’ONU deve essere al più presto cacciata fuori da New York in modo che si cerchi un’altra nazione in cui mangiare a ufo e violare le leggi impunemente.

- Le ragazze non poterono parlare con nessun incaricato consolare, lo doveva fare lui? Abbiamo dato da mangiare a questo animale per 15 anni.

   Il clima era evidentemente alterato in Texas ma l’Ambasciata Americana in Messico ha diramato l’avviso di prammatica ai cittadini statunitensi di stare in guardia per possibili atti di ostilità dei Messicani, conseguenti a manifestazioni contro l’imminente esecuzione in Texas.

   Tutto era pronto nella casa della morte di Huntsville nel tardo pomeriggio del 5 agosto per sommini­strare l’iniezione letale a José Medellín. Tuttavia la risposta dalla Corte Suprema all’ultimo ricorso, presentato da diversi giorni, non arrivava, alimentando in alcuni qualche speranza in un rinvio.

   Poi la risposta è giunta, negativa, e Medellín è stato ucciso alle 10 di sera, con quattro ore di ritardo, subito dopo aver chiesto perdono per i suoi crimini ai parenti delle vittime che assistevano.

   Il giorno dopo il Governo del Messico ha stigmatizzato l’esecuzione esprimendo preoccupazione per i diritti degli altri Messicani detenuti negli Stati Uniti. Il Ministero degli Esteri messicano ha mandato una nota di protesta al Dipartimento di Stato USA.

   Profonda è stata la delusione del Comitato Paul Rougeau che, come ben sanno i lettori iscritti alla mailing list in Internet, aveva elaborato un appello precisamente argomentato per chiedere clemenza in favore di José Medellín. L’appello è stato trasmesso via fax a più riprese al Governatore Rick Perry e alla Commissione per le Grazie del Texas. Per merito della nostra vice presidente Stefania, che si è im­pegnata intensamente, nonché di Elena Gaita amica di José, l’appello è stato sottoscritto da un totale di quasi 300 persone.

 

________________

(1) Il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon ha rilasciato una dichiarazione alla stampa il 5 agosto riaf­fermando che “tutte le decisioni e gli ordini della Corte Internazionale di Giustizia devono essere rispettati dagli stati. Gli Stati Uniti devono fare ogni passo per assicurare che l’esecuzione non avvenga.” Ban Ki-moon ha ri­velato di aver fatto tutti i possibile passi per rimandare l’esecuzione di Medellín.

 

(2) Alla fine, i messaggi in favore dell’esecuzione di José Medellín erano oltre 1.500; assai più numerosi ma  per la verità non troppo dissimili da quelli che si registrano usualmente in occasione delle esecuzioni capitali.

 

 

 

 

JOSÉ VOLEVA CHE RIMANESSIMO AMICI PER MOLTI ANNI ANCORA

 

Riceviamo e pubblichiamo un’intensa testimonianza scritta da Elena Gaita, cara amica di José Medellín

 

Il 5 maggio è stata fissata per José la data di esecuzione per il 5 agosto, esattamente 90 giorni dopo.

   Da questo momento è iniziata una battaglia che mi ha dato continue speranze di ribaltare la situazione di José.

   Non avrei mai pensato che sarebbe andato tutto così in fretta. Pensavo che in un modo o nell’altro le possibilità di evitare che José finisse nella macchina della morte texana ci fossero. E anche lui era otti­mista. Diceva sempre che si fidava ciecamente dei suoi avvocati, che si riteneva fortunato ad avere loro, che erano considerati tra i più prestigiosi degli Stati Uniti e che lui neanche con 100 anni di lavoro sarebbe riuscito a pagarli. Lui pensava che il suo caso avrebbe mosso mari e monti, che non sarebbe passato inosservato. In effetti come poteva? Era stata commessa un’ingiustizia palese nei confronti di un gran numero di persone.

   Quel 5 maggio quando i suoi avvocati hanno cercato di parlare, sono stati messi a tacere dalla giudice Caprice Cosper: “Non siamo qui per un’udienza, ma per fissare una data di esecuzione.” Questa frase avrebbe già dovuto far capire tutto e in effetti ora appare molto più chiara. Il Texas già da molto tempo aveva deciso cosa fare del caso di José.

   Da quel momento in poi tutta la mia attenzione si è rivolta verso di lui, la pena di morte è diventata lui, non c’erano più altre date che mi interessassero.

   Lui da tempo mi aveva detto che se mai fosse stato “giustiziato”, avrebbe voluto come suoi testimoni all’esecuzione 5 giornalisti di diversi paesi per poter testimoniare al mondo l’ingiustizia che si stava compiendo e mi chiese di aiutarlo a trovare un giornalista italiano, visto che l’Italia è un paese partico­larmente sensibile alla tematica della pena di morte. 

   Sono riuscita a trovare un giornalista de la Repubblica disposto a farlo. Speravo che avrebbe potuto iniziare a scrivere di José già da prima per far conoscere il suo caso. Purtroppo mi disse che questo non era possibile: sul giornale l’esecuzione di un uomo fa più notizia della sua storia.

   Anche tutti gli altri tentativi che sono stati fatti erano rivolti a portare il caso di fronte all’attenzione del pubblico, quindi insieme a Stefania, Giuseppe, Carlo e Alessandra, ho iniziato a scrivere a tutti i quotidiani, le televisioni e le radio italiane chiedendo il loro aiuto.

   Siamo riusciti a ottenere un breve speciale del TG La7 su di lui e una puntata di una trasmissione su Radio Due. Infine anche il TG3 avrebbe voluto occuparsi del caso di José, ma aveva intenzione di in­tervistare lui direttamente. Quando mi è giunta la notizia che l’intervista era stata rifiutata da José sono rimasta stupita. Aveva dovuto farlo perché i suoi avvocati avevano deciso di non fargli rilasciare più interviste, in quanto queste a loro parere avrebbero potuto nuocergli.

   Un’altra strada che abbiamo tentato di seguire è stata quella di comunicare con il Presidente del Messico Calderòn, al quale abbiamo mandato molti appelli tramite il suo sito Internet, chiedendogli di occuparsi del caso di José e di fare pressioni sugli Stati Uniti per la questione dei Messicani rinchiusi nei bracci della morte americani. Calderòn ha risposto a tutti singolarmente.

   Il tempo cominciava a stringere, il 5 agosto si avvicinava rapidamente ed io non sapevo più cosa fare. Da un lato avevo José che mi continuava a ripetere di stare tranquilla, che in qualche modo tutto si sa­rebbe risolto, anche se lui cominciava ad avere meno ottimismo di prima,  dall’altro avevo la mia ansia e quella sensazione di impotenza, che così tante volte ho provato da quando mi sono avvicinata al mondo della pena di morte: la sensazione di essere solo un puntino inutile.

   Prima di tutto questo, quando José era ancora pieno di fiducia mi parlava spesso di come immaginava la sua vita futura se per caso avesse avuto un nuovo processo e se gli fosse stata annullata la sentenza di morte. Mi diceva che avrebbe impiegato tutta la sua vita nella lotta contro la pena di morte e che avrebbe fatto di tutto per cercare di salvare anche il suo (e mio) amico Peter, perché, diceva, sarebbe stato devastato se lo avessero ucciso. Voleva che rimanessimo amici per molti anni ancora.

   Nelle settimane immediatamente precedenti al 5 agosto ancora nulla si era mosso e così abbiamo op­tato per l’ultima carta da giocare, e cioè quella di preparare un appello a favore di José da inviare al Governatore del Texas Rick Perry e al Board of Pardons and Paroles, la Commissione delle Grazie. Molte persone lo hanno firmato. Poi potevamo solo aspettare.

   Nel frattempo mi è arrivata l’ultima lettera di José, nella quale lui mi diceva che doveva prepararsi al peggio, che non voleva rischiare di arrivare al 5 agosto senza aver salutato i suoi amici e che quindi mi doveva salutare. Anche in quest’occasione ha cercato di rimanere sereno e di dirmi che lo avrei dovuto ricordare come una persona allegra e senza tristezza perché lui era in pace con se stesso e fiero della persona che era diventato, nonostante gli errori del passato.

   Il 4 agosto il Board of Pardons and Paroles ha votato 7 a 0 contro la grazia per José. A questo punto le mie speranze si erano esaurite.

   Il fatidico 5 agosto è stata una giornata lunghissima e straziante. Dal primo pomeriggio sono stata a casa di Stefania con Carlo perché non sarei riuscita a rimanere da sola ad aspettare una qualsiasi noti­zia. Siamo state incollate al computer e al telefono tutto il pomeriggio, ma niente. Il governatore Perry non rispondeva, ho provato a chiamare il suo ufficio per sollecitarlo a fermare l’esecuzione, ma tutto ha continuato a tacere. Quando ormai era l’una di notte, cioè le 6 di pomeriggio in Texas, ora per la quale era prevista l’esecuzione di José, mi sono messa l’anima in pace, abbiamo acceso una candela e ho co­minciato a provare a inviargli dei pensieri positivi. Mezz’ora dopo, quando ormai già credevo che lui non ci fosse più, è arrivata la notizia che l’esecuzione era stata temporaneamente fermata. Gli avvocati di José avevano presentato un appello alla Corte Suprema, chiedendo di sospendere l’esecuzione al­meno fino a quando il Congresso non avesse discusso la proposta di legge sul riesame dei casi dei Messicani. Ovviamente le nostre speranze si sono riaccese, nel frattempo erano arrivate pres­sioni per fermare l’esecuzione da tutto il mondo: dall’Unione Europea, dal Messico, dalle Nazioni Unite…

   Esausta mi sono addormentata per un paio d’ore, ma sono stata svegliata da una telefonata poco dopo le 4. Era Alessandra che ci diceva che la Corte Suprema si era espressa 5 a 4 contro José e che quindi l’esecuzione poteva procedere. Un solo voto in più a suo favore e lui starebbe ancora su questa terra. Ormai non c’era più nulla da sperare. Non riuscivo più a pensare a niente, non riuscivo neanche a di­sperarmi o a piangere, mi sentivo completamente svuotata da qualsiasi sensazione. Anche quando ho letto meno di un’ora dopo che José era stato ucciso.

   Sono riuscita a dormire qualche ora e solo al mio risveglio ho realizzato quello che era successo; avrei preferito che lo avessero ucciso immediatamente senza farlo aspettare tutto quel tempo. Ho pen­sato ai suoi genitori, che non avevano potuto vederlo per 7 anni per un divieto del carcere e hanno po­tuto farlo solo il giorno prima della sua morte. Ho pensato a quei giudici illuminati, che avevano il po­tere di decidere sulla vita delle persone con il gesto del pollice. Ho pensato alla strafottenza e all’arroganza del Texas, che non ha accettato il consiglio di nessuno. E mi sono arrabbiata tantissimo. Al dispiacere è subentrata la rabbia per aver perso inutilmente un amico, perché anch’io mi sono sentita una vittima in quel momento, come le vittime a cui ‘loro’ vogliono tanto rendere “giustizia”, perché continuo a non capire come si possa dire a un ragazzino di 18 anni che la sua vita è finita prima ancora di essere iniziata e come si possa pensare che a 18 anni una persona possa già essere irrecuperabile. La tristezza è passata, anche perché, parlando con altre amiche di José, abbiamo capito che lui ora sta bene e che il volerlo tenere in vita a tutti i costi era un nostro egoismo. E’ passata anche perché le sue ultime parole rivolte ai genitori delle sue vittime hanno dato un’ulteriore prova del suo cambiamento e della sua maturazione, cose che in Texas evidentemente non sono previste.

   La tristezza è passata, si è trasformata in rabbia, che è ancora viva a un mese dalla sua morte; ma adesso è un bene che ci sia perché è grazie a lei che riesco a non abbandonare il mondo della pena di morte. Per il ricordo di José, che non c’è più, e per Peter, che è ancora vivo, ma è rimasto solo.

 

 

IN AMERICA SI INSISTE PER LA PENA DI MORTE AGLI STUPRATORI DI BAMBINI

 

Basandosi su un errore contenuto nel testo della sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti del 25 giugno 2008, i sostenitori della pena di morte negli USA sono fortemente impegnati nel tentativo quasi impossibile di ripristinare la sanzione capitale nei riguardi dei violentatori dei bambini.

 

La sentenza nel caso Kennedy v. Louisiana con cui la Corte Suprema degli Stati Uniti ha proibito la pena di morte per i rei di violenze sessuali nei riguardi di bambini, presa a stretta maggioranza il 25 giugno, ha segnato un notevole passo in avanti della civiltà statunitense ma ha suscitato la reazione esa­sperata dei sostenitori della pena di morte.

   Abbiamo già dato conto nel n. 161 delle numerose voci che si sono subito levate contro la sentenza nonché delle intenzioni di attaccarla. Ricordiamo in particolare i propositi manifestati dal governatore della Louisiana Bobby Jindal e dagli Attorney General (Ministri della Giustizia) dell’Arizona e della South Carolina.

   Ad esse si sono aggiunte quelle di 85 membri repubblicani della Camera dei Rappresentanti che hanno scritto una lettera alla Corte Suprema consegnata a mano il 13 luglio.

   Lo stato della Louisiana il 21 luglio ha chiesto formalmente alla Corte Suprema di riconsiderare la sentenza del 25 giugno basandosi su un errore contenuto nell’opinione scritta per la maggioranza dal giudice Anthony M. Kennedy. Nell’opinione si legge invero che negli Stati Uniti solo 6 giurisdizioni, statali, ammettono la pena di morte per i violentatori di bambini, trascurando il fatto che la prevede an­che il codice federale militare (per effetto di una legge approvata dal Congresso nel 2006 e di un ‘or­dine esecutivo’ del Presidente Bush del 2007). Anthony Kennedy argomenta che il bilancio di 6 sole giurisdizioni favorevoli e l’evolversi degli ‘standard di decenza’ dimostrano che ormai negli USA c’è un ‘consenso nazionale’ contro l’applicazione della pena di morte in questi casi.

   Nel suo ricorso, la Louisiana afferma che l’autorizzazione della pena capitale per lo stupro dei bam­bini nel codice militare da parte di due poteri federali (legislativo ed esecutivo) è una chiara espressione della volontà democratica o, quanto meno, “mette in dubbio la conclusione che ci sia un ‘consenso na­zionale’ contro questa pratica.”

   Il 28 luglio, una settimana dopo la Louisiana, anche il Governo federale, tramite l’avvocato Gregory G. Garre, ha chiesto alla Corte Suprema di riesaminare la sentenza del 25 giugno: “Gli Stati Uniti hanno un sostanziale interesse nel riesame perché la decisione della Corte solleva gravi dubbi su un re­cente Atto del Congresso e su un Ordine esecutivo del Presidente che autorizza la previsione della pena di morte per gli stupratori di bambini nel Codice di Giustizia Militare.” Anche se la Corte Suprema non consente alle parti non direttamente coinvolte nei casi esaminati di chiedere una riconsiderazione, il Governo federale ha proposto di fare un’eccezione.

   Neal Kumar Katyal, leader del gruppo di avvocati incaricati di presentare il ricorso dalla Louisiana, è un famoso professore di legge dell’Università Georgetown. “Sono personalmente contrario alla pena capitale – ha dichiarato Katyal – ma sono ugualmente contrario al fatto che la Corte prenda decisioni fondamentali a prescindere dagli elettori americani. Dopo l’arrivo della sentenza sono emerse prove del fatto che i giudici possano aver troppo frettolosamente intravisto un consenso nazionale in questo caso; così quando la Louisiana mi ha dato l’incarico, sono stato lieto di accettarlo”.

   La decisione di Katyal è attribuibile, almeno in parte, dall’enorme prestigio che gli deriverebbe da una eventuale vittoria presso la Corte Suprema degli Stati Uniti contro la medesima Corte. Tuttavia, come abbiamo osservato nel n. 161, è estremamente improbabile che tale Corte voglia ritornare sui propri passi. Le richieste di riconsiderazione delle sentenze della Corte Suprema sono numerosissime e – salvo rarissime eccezioni – non vengono mai accolte.

   In questo caso, sia il fatto che la sentenza Kennedy v. Louisiana è stata presa a stretta maggioranza, sia il fatto che la stesura della stessa contenga effettivamente un errore, sia il fatto che vi sia un’enorme pressione sulla Corte da parte dei sostenitori della pena capitale (tra i quali – purtroppo – dobbiamo enumerare entrambi i candidati alla presidenza, Barak Obama e John McCain), ci inducono a seguire gli sviluppi della vicenda.

   Il 9 agosto il governatore della Louisiana Bobby Jindal ha dichiarato alla stampa che la sua ammini­strazione sta lavorando insieme agli accusatori ad un disegno di legge che vuole ripristinare la pena di morte per stupro in alcuni casi. Jindal ha reso noto che il suo consigliere esecutivo Jimmy Faircloth ha discusso con i procuratori distrettuali e altri personaggi sui modi di “di scrivere una legge che noi cre­diamo possa passare il vaglio dei giudici.” Un escamotage sarebbe quello di fissare un diverso limite d’età delle vittime delle violenze, rispetto a quello previsto nella legge originale (che era di 12 anni).

   Non arriva a preoccuparci più di tanto l’assai remota possibilità che possa essere invalidata dalla Corte Suprema una propria sentenza di grande civiltà, riportando indietro l’orologio della storia. Ancor meno ci preoccupa la proposta di legge del governatore della Louisiana che ha solo un valore propa­gandistico.

 

 

SPIARE TUTTI: SANATA PER LEGGE L’INIZIATIVA SEGRETA DI BUSH

 

Il presidente George W. Bush è riuscito ad ottenere dal Congresso una completa revisione del Foreign Intelligence Surveillance Act (FISA), che regola le intercettazioni delle comunicazioni da parte dell’Esecutivo USA. In tal modo sono stati sanati almeno formalmente i gravi abusi da lui compiuti or­dinando segretamente, subito dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, un massiccio programma di spionaggio delle comunicazioni in tutto il mondo, ancora in atto, che proseguirà a tempo indeterminato.

 

Al di là delle offese terribili e irreversibili arrecate alle persone che divennero casualmente vittime dei mostruosi attacchi dell’11 settembre 2001, è impossibile dire quali danni siano stati realmente inferti all’odiato Occidente dagli attentatori suicidi scatenati dal fantomatico Osama Bin Laden.

   Insieme forse ad un forte dispiacere, certamente un grande regalo Osama lo ha fatto al gruppo che si trovava al comando negli Stati Uniti, che, sfruttando con eccezionale tempistica i sentimenti di paura, insicurezza e rivalsa della popolazione, è riuscito a concentrare nelle proprie mani un immenso potere, molto superiore a quello consentito dalle regole dello stato di diritto.

   Prima dell’11 settembre 2001, sarebbe stato impensabile discutere apertamente di tortura e consen­tirne legalmente l’uso da parte del governo federale; sarebbe stato impensabile il limbo di Guantanamo.

   Prima dell’11 settembre 2001 sarebbe stata impensabile l’emanazione di norme che consentono al governo federale di spiare a suo beneplacito su larghissima scala le comunicazioni degli stranieri e, con alcune restrizioni, quelle degli stessi Americani!

   Il 9 luglio il Senato federale ha approvato in via definitiva, con 69 voti contro 28, una legge che espande grandemente le possibilità di sorveglianza e di spionaggio del governo americano su tutto il Pianeta. La medesima legge dà totale immunità alle compagnie telefoniche che si erano prestare al co­lossale programma di spionaggio telefonico ordinato segretamente dal Presidente Bush dopo gli attac­chi dell’11 settembre 2001 e messo in atto della National Security Agency. Tale programma era venuto alla luce nel 2005 suscitando un vivo allarme tra i membri del Congresso più garantisti e tra le organiz­zazioni per i diritti civili (v. n. 135, “Spiare tutti, esigenza di sicurezza o delirio di onnipotenza?”). Pro­rogate fino ad oggi, le attività governative di spionaggio delle comunicazioni ora poggiano sul solido basamento di una legge del Congresso anziché sui poteri eccezionali che il Presidente sostiene di avere quale Comandante in Capo in tempo di guerra.

   Inutile dire che la misura approvata il 9 luglio è stata perseguita con estrema determinazione dell’esecutivo Bush che - superando le grandi perplessità e alcuni ostacoli sorti soprattutto in campo democratico - alla fine l’ha spuntata, come sempre quando si è trattato di provvedimenti lesivi dei diritti fondamentali ma in qualche modo riconducibili alla cosiddetta ‘guerra al terrore’.

   George W. Bush ha salutato la misura come “da lungo tempo dovuta” ed ha dichiarato: “Oggi il Con­gresso degli Stati uniti ha approvato una normativa vitale che renderà più facile per questa amministra­zione e per le future amministrazioni proteggere il popolo americano.” Bush ha promesso una sollecita promulgazione della legge che a suo dire dimostra, anche in periodo elettorale “che noi possiamo strin­gerci insieme e fare in modo che si prendano importanti provvedimenti.”

   La nuova norma riformula completamente il Foreign Intelligence Surveillance Act (FISA) (1) che fu approvato dal Congresso nel 1978, dopo l’affare Watergate, per regolamentare lo spionaggio delle co­municazioni da parte dell’Esecutivo, largamente abusato fino ad allora. Il nuovo FISA dà al governo ampia autonomia ed elasticità nello spionaggio delle comunicazioni sia all’estero che all’interno e ri­duce  il ruolo della Corte segreta, prevista dal FISA, formata da giudici che dovrebbero vigilare sulla correttezza di determinate operazioni di spionaggio nei riguardi di cittadini americani.    

   Nel provvedimento, scaturito da quattro mesi di serrate trattative tra la Casa Bianca e i leader del Congresso, alla fine sono state recepite pressoché tutte le richieste dell’Esecutivo. 

   Alcuni parlamentari democratici hanno parlato di ‘capitolazione’. Ma il candidato democratico alla presidenza Barak Obama ha votato a favore della legge (2), con un altro dei suoi recenti voltafaccia, dettati dall’interesse elettorale (e post elettorale).

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(1)Atto sulla Sorveglianza dell’Intelligence per l’Estero

(2) Non così il senatore democratico Joseph R. Biden Jr. che all’epoca non era ancora stato scelto da Barak Obama per concorrere alla vice presidenza.

 

 

SPIARE TUTTI, IN MANIERA SEMPRE PIÙ SISTEMATICA

 

Le 18 mila polizie statunitensi raccoglieranno una massa impressionante di informazioni sui singoli cittadini e sui gruppi e le metteranno a disposizione delle autorità federali, conservandole per 10 anni.

 

Il Dipartimento di Giustizia e in particolare l’Attorney General (Ministro della Giustizia) Michael Mukasey stanno preparando la transizione “morbida” al nuovo governo che verrà nominato dal presi­dente eletto nelle elezioni di novembre. L’obiettivo è che tutto cambi apparentemente senza che nulla cambi sostanzialmente nella gestione centralistica del potere.  

   In questa ottica, il Dipartimento di Giustizia ha proposto una nuova normativa sullo spionaggio che dovrebbe rendere più facile per le polizie statali e locali raccogliere informazione sui cittadini ameri­cani (e non) e metterle a disposizione delle agenzie federali (conservandole per almeno 10 anni).

   Tale iniziativa segna un radicale cambiamento della politica di raccolta delle informazioni vigente dal 1993 e interesserà ognuna delle 18 mila polizie statunitensi.

   Da tempo discussa ma pubblicata per raccogliere i commenti del pubblico solo a partire dal 31 luglio, la nuova misura sull’intelligence consentirà ai pubblici ufficiali di prendere di mira sia gruppi sia sin­goli individui. Un’investigazione criminale potrà essere avviata dal sospetto che il gruppo o la persona sia implicata nel terrorismo o fornisca supporto materiale al terrorismo.

   Le polizie che le raccoglieranno metteranno in comune le informazioni con una varietà di agenzie fe­derali (ed altri soggetti in determinati casi).

   Le fonti delle informazioni saranno registri di pubblico dominio o la rete Internet così come i data base dei pubblici ufficiali, sorgenti confidenziali e infiltrate, nonché la sorveglianza attiva dei target.

   Kenneth L. Wainstein, consigliere di Bush per la sicurezza interna ha dichiarato: “Si tratta di un continuum  iniziato l’11 settembre 2001 per riformare i pubblici ufficiali e la comunità dell’intelligence e focalizzarli sul pericolo terrorista.”

   Il Washington Post sottolinea che il cambiamento proposto “fa parte di un diluvio di cambiamenti nell’‘intelligence’ pianificati e decretati dall’Amministrazione Bush nei mesi del suo declino. Essi in­cludono un recente ‘ordine esecutivo’ che guida la riorganizzazione delle agenzie di spionaggio federali e una revisione imminente delle procedure dell’FBI per raccogliere informazioni e investigare casi di terrorismo entro i confini degli USA.”

   Prese nel loro insieme - sostengono membri del Congresso e alcuni osservatori - le iniziative tendono a sigillare le politiche nel campo dell’intelligence nei riguardi del prossimo governo e a rafforzare il preoccupante approccio del ‘post 11 settembre’ che ha dato all’Esecutivo il più grande incremento di potere dal Watergate in poi.

   Le recenti rivelazioni sullo spionaggio della Polizia del Maryland (v. articolo seguente) ai danni di oppositori della pena di morte e di pacifisti nel 2005 e nel 2006 esemplificano i rischi della nuova poli­tica.

   Michael German, un consulente dell’American Civil Liberties Union (ACLU) (1) che ha fatto parte dell’FBI per 16 anni, afferma che la normativa proposta può essere intesa come un via libera alle poli­zie di raccogliere informazioni anche quando non c’è il sospetto di un crimine. A suo parere, l’attenuazione dei limiti alla raccolta di informazioni può portare ad abusi contro oppositori pacifici. In aggiunta al caso del Maryland, German ha citato altre vicende inquietanti di infiltrazione e spionaggio di gruppi pacifici di opposizione emerse per caso negli ultimi sei anni: dall’infiltrazione di agenti della polizia di New York in gruppi di contestatori prima della Convenzione repubblicana del 2004, allo spionaggio da parte della polizia della California ai danni di gruppi pacifisti e animalisti e dei sindacati, allo spionaggio della polizia di Denver nei riguardi di vari soggetti tra cui Amnesty International.

    E’ appena il caso di notare che gli abusi venuti alla luce sono indubbiamente solo la punta di un iceberg e che i pericoli maggiori per la libertà, non solo degli Americani ma di tutti i cittadini del mondo, non vengono soltanto dallo spionaggio eseguito dalle 18 mila polizie americane ma anche e so­prattutto dalla mostruosa quantità di informazioni convogliata verso le agenzie federali.

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(1) Unione Americana per le Libertà Civili

 

 

SPIATI TUTTI, ANCHE GLI ABOLIZIONISTI DEL MARYLAND

 

Un’odiosa operazione di infiltrazione e di spionaggio ai danni di gruppi abolizionisti e pacifisti da parte della polizia del Maryland, verificatasi tra il 2005 e il 2006 e venuta alla luce questa estate solo per la determinazione dell’ACLU, pone grossi interrogativi su quello che si fa attualmente in segreto contro gli oppositori politici del potere pressoché illimitato che si è insediato negli Stati Uniti.

 

Poliziotti sotto falsa identità, del Dipartimento per la sicurezza interna e della Divisione di intelligence del Maryland, spacciandosi per attivisti, parteciparono a riunioni organizzative, manifestazioni pubbli­che, veglie al di fuori delle prigioni, cortei al Palazzo del governo, nonché infiltrarono le mailing list e prelevarono documenti dai server di abolizionisti e pacifisti. Si decise di continuare lo spionaggio an­che se i poliziotti non poterono rilevare alcuna attività o progetto illegale.

   Un documento di 46 fitte pagine, in parte censurate con spessi tratti di pennarello nero, ottenuto dell’American Civil Liberties Union (ACLU) il 17 luglio a conclusione di un’azione legale, dimostra che un’organizzazione abolizionista e gruppi pacifisti furono infiltrati e spiati dalla polizia del Maryland per complessive 288 ore nell’arco di 14 mesi tra il marzo del 2005 e il maggio del 2006. Ad essere infiltrati furono la “Campagna per mettere fine alla pena di morte” e il Patto di Resistenza di Baltimora, un gruppo che si opponeva alla guerra in Iraq. Alcuni degli eventi monitorati coinvolgevano anche Amnesty International e Human Rights Watch.

   I rapporti di sorveglianza furono a messi a disposizione di varie agenzie sia statali che federali, com­presa la National Security Agency.

   Tim Hutchins, che era capo della polizia all’epoca, ha dichiarato ai giornalisti che la sorveglianza av­venne sotto la sua responsabilità, all’insaputa (sic!) del Governatore repubblicano Robert L. Ehrlich (forte sostenitore sia della pena di morte sia della guerra in Iraq), aggiungendo che tutto ciò rientrava nella legalità. “Si fa ciò che si ritiene sia il meglio per proteggere il popolino nello stato”, ha detto Hutchins che ora è un contractor privato per la difesa federale.

   Henry Fawell, portavoce di Ehrlich ha dichiarato: “I pubblici ufficiali usano una varietà di mezzi  per mantenere i cittadini al sicuro. Non è il caso di discuterne pubblicamente.”

   Max Obuszewski, un noto e pacifico pacifista 63-enne di Baltimora, fu inserito dagli agenti sotto co­pertura in un data base intitolato “Area di traffico di droga ad alta intensità Washington-Baltimora”. Nel campo intitolato “Crimine primario” gli agenti avevano scritto per lui: “Terrorismo anti-governa­tivo”  completando il campo “Crimine secondario” con la dicitura: “Terrorismo contestatori della guerra”

   L’attuale Governatore del Maryland Martin O'Malley ha subito precisato che la polizia ha cessato di monitorare i pacifisti e gli oppositori della pena di morte, aggiungendo: “A posteriori, penso che non lo avrebbero dovuto fare per tutto il tempo per cui lo hanno fatto.”

   Il colonnello Terrence B. Sheridan, che comanda attualmente la polizia del Maryland, ha dichiarato il 25 luglio che l’operazione di allora fu determinata dalle preoccupazioni che l’esecuzione capitale di tale Vernon Evans potesse causare disordini.

   L’ACLU del Maryland, che lamentava già dal 2004 lo spionaggio ai danni degli oppositori alla guerra, obietta che se è così non si capisce perché oltre agli abolizionisti furono spiati anche i pacifisti e perché il programma fu interrotto, come si asserisce, nel maggio 2006, sei mesi prima che la sentenza di Evans fosse sospesa. Vi è inoltre traccia di sorveglianza nei riguardi dei pacifisti tre mesi prima di quando Sheridan afferma che fu disposta in vista dell’esecuzione di Evans.

   A fine agosto, oltre un mese dopo l’ottenimento della prima documentazione sullo spionaggio, l’ACLU lamenta che sono stati rilasciati soltanto dei sommari e non gli effettivi rapporti della polizia del Maryland. L’avvocato della polizia Sharon Benzil ha precisato che tutti i documenti sono stati resi pubblici ed ha inoltre obiettato che i ricorrenti hanno aspettato troppo tempo per reclamare contro l’amministrazione. Un giudice deciderà se respingere o accogliere l’ulteriore richiesta dell’ACLU.

   Ciò che è stato scoperto con grande fatica dall’ACLU, ci fa capire con quale ostilità sia visto in America l’impegno degli abolizionisti e ci autorizza a sospettare che ben altre operazioni di infiltra­zione e di spionaggio siano state messe in atto, senza venire alla luce, nei riguardi dei gruppi che in tutto il modo si battono contro la pena di morte.

 

 

LA ‘GUERRA GLOBALE AL TERRORE’ EREDITÀ IRRINUNCIABILE

 

Quando George W. Bush riuscì in qualche modo a scalare la presidenza degli Stati Uniti ci prepa­rammo al peggio. Conoscendo da tempo l’ex governatore del Texas quale accanito promotore della pena di morte, ci rassegnammo a vivere anni particolarmente oscuri. Nonostante ciò Bush è riuscito continuamente a sorprenderci. In negativo. Lo ha fatto soprattutto con la dichiarazione e la conduzione della cosiddetta ‘guerra globale al terrore’ – che ha generato uno spaventoso seguito di morte e di vio­lazioni dei diritti umani. Ora lui stesso e il gruppo di potere che lo esprime vogliono lasciare intatta la ‘guerra globale al terrore’ in eredità al nuovo presidente, chiunque sia. John McCain è perfettamente d’accordo ad accoglierla. E Barak Obama si adegua pienamente.

 

Pur senza rinunciare a sperare in un miracolo e augurandogli perfino “buon lavoro!” ci aspettavamo il peggio dal nuovo inquilino insediatosi alla Casa Bianca all’inizio del 2001 (v. n. 82).

   E’ successo, come nelle aspettative, che l’amministrazione di Gorge W. Bush rafforzasse la pena di morte a livello federale e contribuisse a mantenere il quadro di riferimento necessario per assicurare la sopravvivenza della pena capitale nei singoli stati degli Stati Uniti. Ma il campo nel quale Bush è riu­scito a stupire perfino coloro che lo conoscevano bene è quello della ‘guerra globale al terrore’, un con­cetto per altro inventato da un gruppo di potenti in cui Bush è solo un esponente più visibile di altri.

   Dichiarata quale ‘riposta’ agli attentati dell’11 settembre 2001, più che un mezzo per arrivare a supe­rare la logica perversa del terrorismo nel mondo, la ‘guerra globale al terrore’ - illimitata e indetermi­nata nello spazio, nel tempo e nei mezzi – è una strategia che (nelle intenzioni dei promotori) dovrebbe consentire ad alcune centinaia di milioni di persone nel mondo di conservare la loro ricchezza e i loro privilegi per alcune decine di anni, costi quel che costi all’intera umanità.

   Pesanti sono le conseguenze della ‘guerra al terrore’ in termini di deterioramento della libertà e dello stato di diritto nelle democrazie, di violazioni brutali e sfacciate dei diritti umani in tutto il mondo. Le ricadute della ‘guerra al terrore’ rischiano di smantellare la civiltà nata, dopo le immani sventure della seconda guerra mondiale, con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

   I perversi effetti della ‘guerra al terrore’ sono stati da noi doverosamente seguiti e molte volte denun­ciati nel Foglio di Collegamento (1).

   Era prevedibile che il sistema di potere insediatosi negli Stati Uniti non intendesse limitarsi a vivere la vita effimera di uno o al massimo di due mandati quadriennali consentiti ad un presidente degli Stati Uniti. Non ci meraviglia pertanto il fatto che per l’amministrazione uscente la maggiore preoccupa­zione sia che ciascuno dei due potenziali futuri inquilini della Casa Bianca si impegni ad ereditare tal quale il pesante fardello della ‘guerra al terrore’.

   L’amministrazione Bush, a fine agosto, ha chiesto al Congresso di “riconoscere di nuovo ed esplici­tamente che questa nazione rimane coinvolta in un conflitto armato con al-Qaeda, i Talebani, e le orga­nizzazioni ad essi collegate, che si sono dichiarate in guerra con noi e che si sono dedicate allo stermi­nio degli Americani.” Lo ha fatto all’interno di una proposta in sei punti che riguarda la restrizione dei diritti legali per i detenuti di Guantanamo, ricollegandosi ad una normativa che il Congresso aveva ap­provato pochi giorni dopo l’11 settembre 2001.

   In sostanza si chiede l’imprimatur del Congresso, anche per il successore di Bush, sull’uso degli ‘strumenti di guerra’ che hanno comportato gravissime ed estesissime violazioni dei diritti umani, tra cui la detenzione a tempo indeterminato e le aspre interrogazioni dei ‘nemici combattenti’, effettivi o supposti tali.

   Tale proposta appare come l’ultimo in ordine di tempo dei molti passi compiuti dalla presidenza uscente per scaricare sulle spalle del successore di Bush, rendendole permanenti all’interno di una pre­cisa normativa, le caratteristiche della sua ‘guerra globale al terrore’. Altri passi molto significativi sono stati l’ottenimento dal Congresso della nuova legge sulle intercettazioni, la riscrittura delle proce­dure di intelligence (v. articoli più sopra) e la revisione delle tecniche investigative dell’FBI.

   L’amministrazione Bush richiede ora al Congresso di imporre maggiori restrizioni per gli appelli de­gli stranieri detenuti a Guantanamo e in altri luoghi nel mondo. Oltre alla proclamazione generica della continuazione della ‘guerra al terrore’,  chiede che il Congresso “riaffermi per tutta la durata del con­flitto che gli Stati Uniti possono detenere come nemici combattenti coloro che si sono impegnati in ostilità o hanno di proposito sostenuto al-Qaeda, i Talebani e le organizzazioni ad essi associate.”

   Il linguaggio usato oggi dall’amministrazione ricalca esattamente quello con cui fu scritta l’Autorizzazione per l’Uso della Forza Militare, una legge che conferiva enormi poteri al Presidente, approvata ad occhi chiusi dal Congresso solo tre giorni dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, che è diventata la base per alcune delle più controverse iniziative presidenziali, come ad esempio il pro­gramma di intercettazione delle comunicazioni in deroga al FEMA (v. art. precedente).

   A John McCain, ex prigioniero di guerra in Vietnam, dobbiamo dare atto di una personale sincera av­versione alle torture nei riguardi dei prigionieri e di essersi battuto in Senato,  sia pure risultando alla fine sempre perdente, contro la legalizzazione delle ‘tecniche aspre di interrogazione’ continuamente perseguita dal presidente George Bush e soprattutto dal vice presidente Dick Cheney. Per il resto McCain è un duro assertore della ‘guerra globale al terrore’, nonché della guerra tout court e della glo­balizazzione selvaggia per promuovere aggressivamente gli interessi degli Stati Uniti ovunque nel mondo, in completa sintonia con Sarah Palin da lui scelta per concorrere alla vice presidenza. McCain si annuncia pertanto come un coerente promotore della politica dell’amministrazione di George Bush, che potrebbe essere da lui addirittura esasperata.

    Ma anche Barak Obama, col passare del tempo ha fatto quella che i giornali americani chiamano eu­femisticamente una virata al centro, avvicinandosi man mano in modo impressionate alla politica in­terna ed estera dell’attuale amministrazione. Per quanto riguarda le guerre locali in corso, Obama, come Bush, prospetta un lento ritiro dall’Iraq, ma propone un incremento decisivo della guerra in Afghanistan.

   Joe Biden, scelto da Obana per la vice presidenza,  nel corso della Convenzione Democratica di Denver il 27 agosto ha dichiarato: “E’ un dato di fatto che al-Qaeda e i Talebani – coloro che ci hanno affettivamente attaccato l’11 settembre - sono raggruppati nelle montagne tra l’Afghanistan e il Pakistan e stanno tramando nuovi attacchi. Il Capo di Stato Maggiore ha fatto eco alla richiesta di Barak Obama di un maggior impegno di truppe, in questo John McCain ha avuto torto e Barak Obama ha avuto ragione.”

   Un saggio ampiamente argomentato uscito su Global Research il 29 agosto titola: “I Democratici  adottano la Guerra globale al terrorismo. Obama corre dietro a Osama” (2)

   Lo studio conclude che “il messaggio di Barak Obama è cristallino. Egli condivide le proposte dell’amministrazione Bush di aumentare le spese militari. Vuole spendere più soldi in armi e truppe. L’andare appresso a bin Laden e alla ‘guerra globale al terrorismo’ costituisce la sua principale giustifi­cazione’ dell’incremento della spesa militare.” Obama chiede: “Più risorse e più truppe per terminare la lotta contro i terroristi che ci attaccarono effettivamente l’11 settembre”, nonostante le sue  promesse di mettere maggiori risorse a disposizione dell’educazione e della salute (3)

   Global Research osserva che:

   “La campagna di Obama e Biden si basa sulla mistificazione dell’11 settembre. Senza uno straccio di prova, l’Afghanistan, una nazione di 34 milioni di persone (come il Canada), è dipinta quale sponsor degli attacchi dell’11 settembre. Questa premessa basilare è accettata dai Democratici.

  “Obama marca indelebilmente l’11 settembre come un atto di aggressione contro l’America, che giu­stifica una guerra di rappresaglia contro i “terroristi islamici” e i loro stati sponsor.

  “La ‘Guerra globale al terrorismo’ è il prodotto perfetto di un piano militare e di intelligence accura­tamente studiato, che determina la spinta della politica estera degli Stati Uniti.

   “La guerra globale al terrorismo è adottata sia dai Repubblicani che dai Democratici. Lo spionaggio USA ha il sopravvento sulla politica dei partiti. La guerra globale al terrorismo fa parte della piatta­forma della campagna elettorale presidenziale di tutti e due i partiti. La sua validità non viene messa in discussione, né lo sono le sue conseguenze.” (4)

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(1) V., fra gli altri, gli articoli nei nn. 89, 90, 91, 92, 93, “Un polverone…”, “Le gabbie…”, 99, 100, “I miseri..”, “Grave…”, 105, 107, “Verso la fine…”, 110, “Rispondere all’11 settembre…”, 118, “Violazioni…”, “Un elenco…”, 119, 120, “Confuso…”, “Una farsa…”, 121, “Prigionieri abusati…”, 123, 125, 130, 132, “Torture negate…”, 134, “Spiare tutti…”, “Prigioni segrete…”, 142, “Consentite per legge…”, 143, “Firmato…”, 159, “La tortura…”,  160, “In Italia…”

(2) V. www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=9995

(3) Un grafico che compare nel saggio, mostra come, del totale delle spese militari nel mondo, il 70% già appar­tiene agli Stati Uniti e alla NATO, l’1% a stati più o meno ‘canaglia’, tipo la Corea del Nord e l’Iran, e il restante 29% a tutti gli altri paesi messi assieme (compresi Russia e Cina).

(4) I due concorrenti alla presidenza sembrano d’accordo nel perseguire la chiusura del centro di detenzione di Guantanamo, ma non di altri centri di detenzione a tempo indeterminato con le medesime caratteristiche.

 

 

TRA OBAMA E McCAIN, C’È POCO DA SPERARE

 

Come sui temi dei diritti umani e della ‘guerra al terrore’, per quarto riguarda la pena di morte c’è poco da sperare dal nuovo inquilino che si insedierà alla Casa Bianca all’inizio del prossimo anno, chiunque sia, Obama o McCain. Non è tuttavia indifferente che vinca l’uno o l’altro: al peggio non c’è limite.

 

Abbiamo discusso negli articoli precedenti le preoccupanti posizioni dei due candidati alla presidenza degli Stati Uniti riguardo alla ‘guerra al terrore’ e alle violazioni dei diritti umani ad essa connaturati, vogliamo ora ritornare sul tema della pena di morte.

   Alla fine dell’anno scorso avevamo discusso in dettaglio la posizione dei candidati alle elezioni pre­sidenziali del prossimo novembre (v n. 155). Avevamo notato come gli aspiranti alla presidenza con tangibili possibilità di successo si fossero espressi tutti, per convinzione o per convenienza, più o meno nettamente, a favore della pena capitale.

   Ora vediamo che gli unici due concorrenti rimasti in gara, così come i candidati alla vice presidenza da loro scelti, ritengono opportuno schierarsi sempre più apertamente per la pena capitale. Se la posi­zione forcaiola nettissima del candidato repubblicano McCain non è cambiata, particolare dispiacere suscita la virata di Barak Obama (che come senatore dell’Illinois aveva remato contro il sistema della pena di morte vigente in quello stato), nonché la coptazione di due aspiranti vice presidenti che sosten­gono fortemente la pena capitale.

   Obama non solo preannuncia il capestro per Osama Bin Laden, caso mai venisse catturato, ma si è perfino detto pervicacemente favorevole alla pena capitale per i rei di violenza sessuale nei riguardi dei bambini, appena dichiarata incostituzionale dalla Corte Suprema degli Stati Uniti con la sentenza Kennedy v. Louisiana (v. n. 161 e articolo qui sopra). Il 23 agosto Barak Obama scelto come compagno aspirante alla vice presidenza il senatore federale proveniente dal Delaware Joseph “Joe” R. Biden Jr. che non solo è un aperto e convinto sostenitore della pena di morte ma che si è anche distinto per essere autore di un’importante legge federale forcaiola.

   Biden, personaggio di grande esperienza nella politica estera, si vanta anche di essere l’autore dell’importante legge federale Violent Crime Control and Law Enforcement Act del 1994 (Atto per il Controllo del Crimine Violento e l’Affermazione della Legge del 1994), spesso chiamata “Legge cri­minale di Biden”, che ha molto aumentato le fattispecie di reato capitale a livello federale includendovi atti di terrorismo ma perfino il traffico di droga, un reato non violento.

   La Legge Biden fu approvata subito dopo l’attentato di Oklahoma City e fu utilizzata anche per otte­nere la condanna a morte del dinamitardo Timothy McVeigh. Alcuni ritengono che la Legge Biden sia una delle sorgenti da cui scaturì il famigerato Atto Patriottico del 2001, con cui l’America rispose agli attentati dell’11 settembre di quell’anno.

   E veniamo a Sarah Palin, la signora che il 29 agosto John McCain si è affiancato nella corsa elettorale candidandola alla vice presidenza. Ex reginetta di bellezza, Sarah Palin, che ha 44 anni ed è governa­trice dell’Alaska, ha cinque figli, il più grande militare in procinto di partire per l’Iraq. L’ultima figlia ha sei mesi ed è affetta dalla sindrome di Dawn. Il suo attivo impegno per la propagazione della vita umana, che potrebbe desumersi anche dalla dichiarata avversione per la pratica dell’aborto, é contrad­detto dal suo schierarsi per la pena di morte, per di più in uno stato che non la prevede.

   La Palin è molto religiosa, come i credenti americani più conservatori vorrebbe che si insegnasse il ‘creazionismo’ nelle scuole (anziché l’evoluzionismo) e ha una speciale venerazione per la pena capi­tale.

  Nel 2006, in campagna elettorale per diventare governatrice dell’Alaska, Sarah Palin si era premurata di far sapere ai potenziali elettori che “se il parlamento approvasse una legge per introdurre la pena di morte, io firmerei tale legge. Abbiamo il diritto di sapere che se qualcuno violenta e uccide un bam­bino, o ammazza una persona innocente sparando da un automobile in movimento, non abbia la possi­bilità di farlo una seconda volta.”

   In polemica con gli ambientalisti, si è schierata per la trivellazione del coste dell’Alaska alla ricerca del petrolio.

   La Palin, brava cacciatrice e abile pescatrice, è una tiratrice scelta favorevole alla libera detenzione delle armi.

   Non ha una preparazione politica a livello nazionale ma la sua nomina da parte di McCain potrebbe essere dovuta alla determinazione che ha sempre dimostrato (a scuola si guadagnò il soprannome di “Sarah Barracuda” per la decisione con cui si faceva largo a gomitate nelle partite di pallacanestro).

   Detto questo, sarebbe completamente sbagliato cullarsi in una posizione qualunquista e credere che sia del tutto indifferente che vinca l’uno o l’altro dei due candidati alla presidenza degli Stati Uniti. Dobbiamo domandarci se alla Casa Bianca sia più pericoloso l’opportunismo di Obama o la coerente e netta posizione forcaiola e aggressiva di McCain. Al peggio non c’è mai un limite.

 

 

FURIA DI ESECUZIONI IN IRAN, ANCHE DI MINORI ALL’EPOCA DEL REATO

 

In proporzione alla numerosità della popolazione, l’Iran è sicuramente il paese in cui si compiono più esecuzioni. Brutali impiccagioni in serie, eseguite spesso in pubblico, riguardano anche minorenni all’epoca dei crimini loro contestati, in violazione ai trattati internazionali firmati e ratificati dall’Iran. Nonostante le smentite delle autorità, non è del tutto escluso che vengano compiute lapidazioni di per­sone accusate di reati sessuali.

 

Il 19 agosto Amnesty International ha reiterato un appello urgente per fermare l’esecuzione in Iran di tre minorenni all’epoca del reato. Contestualmente ha diffuso la notizia dell’impiccagione di Reza Hejazi, avvenuta lo stesso giorno senza che il suo avvocato difensore fosse stato preavvisato secondo le modalità previste dalla legge iraniana.

   Reza aveva soltanto 15 anni nel 2004, quando, insieme ad altri ragazzi, partecipò ad una rissa durante la quale un uomo morì pugnalato. Egli fu arrestato, processato per omicidio e condannato a morte da un tribunale per imputati adulti. La sentenza fu confermata in appello dalla Corte Suprema nel 2006, seb­bene Reza, secondo la legge iraniana, avrebbe dovuto essere giudicato da un tribunale per minorenni.

   Non si sono avute più notizie dei tre giovani che erano minorenni all’epoca del reato loro attribuito, Naser Qasemi, Mohammad Reza Haddadi e Iman Hashemi, oggetto dell’azione urgente di Amnesty del 19 agosto, tutti e tre condannati a morte in aperta violazione dei trattati internazionali firmati e ratificati dall’Iran. In compenso il 26 agosto è stato impiccato Benham Zarei accusato di aver ucciso un ragazzo nel 2005 nel corso di una lite. Benham aveva allora solo 15 anni. Né i suoi genitori, né il suo legale sono stati avvisati dell’imminenza dell’esecuzione.

   Moltissime esecuzioni sono state compiute in Iran negli ultimi mesi, mentre altre si profilano. Nel mese di marzo, l’Iran ha lanciato una “campagna” per promuovere la sicurezza nazionale e abbassare il tasso di criminalità. Le conseguenze di questa campagna sono devastanti.

   Nel mese di agosto è stata comunicata l’impiccagione di 29 persone, condannate per vari tipi di reato, tra i quali: omicidio, minaccia della sicurezza pubblica, disturbo alla quiete pubblica in stato di ubria­chezza, rapporti sessuali extra-coniugali, furto, contrabbando di alcolici e di armi.

   Una parte dei 29 condannati sono stati brevemente intervistati in TV poco prima dell’esecuzione; a tutti sono state rivolte le stesse domande: “Quali sono stati i tuoi crimini? Come ti senti riguardo all’esecuzione?” I condannati hanno meccanicamente risposto di meritare l’esecuzione, che è la giusta punizione per una vita di crimini.

   Secondo le autorità queste impiccagioni dovrebbero servire da monito per coloro ch