ARTICOLI SUL CARCERE

di Vincenzo Andraous

 

CERTEZZA DELLA PENA E INTERESSE COLLETTIVO

Il Parlamento ha chiuso i battenti, forse è questo il momento più propizio per riflettere sulla funzione del carcere, senza il sibilo fastidioso delle strumentalizzazioni.

In Italia, di pena e di carcere si parla poco e male, come se il “recinto chiuso” fosse una periferia da rimuovere, da annotare su una pagina stropicciata e illeggibile.

I reati diminuiscono, ma la percezione di insicurezza aumenta,  in rete la quota di allarmismo quotidiano straripa pericolosamente, formulando la pretesa di risolvere ogni questione con la galera, con la pedagogia dell’asprezza.

Come se a una doverosa esigenza di giustizia da parte della vittima, non dovesse corrispondere l’onestà intellettuale di una pena erogata con umanità, quanto meno per tentare di ricomporre la relazione tra le persone secondo reciprocità e responsabilità.

La certezza della pena deve comunque riconoscere l’importanza di un percorso di cambiamento, che non è realistico se non garantito da passaggi formativi e relazionali che spingono non solamente a apprendere quanto il proprio passato sia stato errato, ma anche a sentire il bisogno concreto e autentico di essere finalmente in relazione con gli altri.

Quanto c’è ancora di intuitivo e positivo del fare reciproco tra il dentro e il fuori, tra gli operatori penitenziari e i detenuti, per avere fiducia e forza sufficienti a mantenere alto nella sua dignità quel patto di lealtà stipulato con la collettività.

Quanto è ancora realmente condiviso il concetto che esiste un prima e un dopo, che  passa necessariamente attraverso un “durante” carcerario solidale perché costruttivo, non certamente vendicativo al solo scopo di placare momentaneamente la richiesta di  sollievo di una società confusa e perplessa, ma basato su una progettualità educativa.

E’ un cane che si morde la coda, come per il disagio giovanile, per la droga, per i morti e le tragedie sul lavoro, sulle strade, si invocano norme intransigenti ma confidando sui soliti investimenti residuali, peggio, si configura un disincanto educativo a vantaggio di un non meglio specificato obiettivo condiviso, quello della cementificazione delle coscienze, come se limitarsi a rinchiudere dentro una cella l’errore e l’inganno, potesse vincere la sofferenza per l’ennesimo accadimento tragico, come se nella riproposizione di una sordità trattamentale, vi fosse insita la chiave di accesso per riconsegnare all’opinione pubblica equilibrio e dignità.

Dimenticando che in carcere, se  il detenuto è collocato nella stessa condizione di quando vi è entrato, non solamente permarrà nell’indifferenza verso chi ha offeso, ma anche nell’impossibilità di comprendere il valore come persona e dignità umiliata.

Sul carcere c’è tanto da fare più che da dire, soprattutto c’è tanto da sapere e conoscere per poter intervenire con la giusta volontà  politica, ma la politica appare incapace di concorrere alla formazione dell’opinione pubblica, è più concentrata  a moltiplicare i luoghi comuni, gli stereotipi possibili e impossibili, e ciò comporta una sequela infinita di rinculi, una confusione sugli interessi collettivi che ne tutelano diritti e garanzie.


NON PER MAFIA NE’ CAMORRA

Quando ci si addentra nel mondo giovanile c’è il rischio di imbattersi improvvisamente  in un altro mondo vicino, c’è una difficoltà estrema a distinguere i tratti di una violenza priva di significati, soprattutto di utilità.

Nel Regno Unito le babygang spadroneggiano nelle città come nelle periferie, gli adolescenti sono fotocopie di “eroi” delle playstation, i ragazzini non sono più imberbi fautori del “tutto e subito”, ma veterani di una guerra che non è mai stata loro, un morto dietro l’altro.

Accade in quell’Inghilterra che da anni ammiriamo, che vorremmo imitare per capacità creative e economiche.

Da noi per ora, bullismo non è criminalità, non è ancora calamità nazionale, soprattutto non è ancora serbatoio di alcuna organizzazione criminale.

Il nostro è un bullismo del benessere, è abuso dell’agio, persino chi non ha niente,  possiede qualcosa al fondo delle tasche, non è disagio che picchia contro al mancato raggiungimento di un traguardo economico, è disagio relazionale, paura delle vita, non della morte, è incapacità e rigetto della scelta.

Ciò che accade dall’altra parte della Manica è differente, perché nasce da una povertà endemica in alcuni strati sociali, da degenerazioni famigliari estese a interi quartieri, da un alcolismo adulto che insegna ai più giovani a non fare prigionieri.

Sono morti ammazzati diciotto ragazzi in un solo anno, una bestemmia indicibile, forse questa volta non si eluderà la condivisione della tragedia, del dolore, con la solita richiesta-risposta di inasprire le condanne, di invocare le solite certezze delle pene.

Stiamo parlando di un paese dove migliaia di minori sono diventati “esseri esiliati dalla vita” in qualche carcere, molti muoiono in quelle celle, e non occorrono tante spiegazioni.

Le carceri inglesi scoppiano di giovani all’arrembaggio, eppure le punizioni sono esemplari, l’uso del braccialetto e del controllo sono espressi alla massima potenza, ma in un anno diciotto ragazzi sono stati assassinati, e altri trenta sono deceduti negli istituti penitenziari.

Un paese che non ama, non protegge e non rispetta i suoi giovani, ma li emargina e li criminalizza, appare una dicitura post-mortem, invece è quanto ogni cittadino, non inglese ma del mondo, deve riflettere e ponderare.

Ci preoccupano i nostri bulli, invochiamo la frusta,  ma se guardiamo al paese dei Re e delle Regine,  delle tendenze e dei suoni, c’è la risposta da dare alle nostre generazioni, c’è l’avviso a non incappare nelle superficialità che potremmo pagare a caro prezzo, c’è la necessarietà a attuare piani economici e politiche sociali che vedano coinvolti non solamente i ragazzi, ma anche gli altri, in quel famoso sostegno alla genitorialità troppe volte dimenticato a metà del guado.

Diciotto morti ammazzati in un anno, non per mafia, nè camorra, unicamente ragazzini dai pantaloni a vita bassa, con le tasche grandi,  con le mani conficcate dentro,  in compagnia del freddo di una lama tra le dita.


ONESTA’ INTELLETTUALE E NUOVE LOCUZIONI

  Una autorevole associazione di volontariato ha lanciato una proposta: cancellare definitivamente da tutti i testi formativi la parola “carcere” e sostituirla con una locuzione conforme al dettato costituzionale: Istituto di Rieducazione Civile.

Ho trascorso trentatre anni in questo pianeta carcerario rifiutato e sconosciuto, in questo recinto dove pochi vogliono guardare, e quei pochi che lo fanno difficilmente riescono a mettere insieme la consapevolezza per un progetto di rinascita effettivamente condiviso.

Ho attraversato in lungo e in largo i perimetri dei suoi crateri detentivi, osservandone i cambiamenti, vivendone i mutamenti,  e nonostante le spinte in avanti dettate dal riconoscimento e dal rispetto della dignità umana, continuo a rimanere perplesso di fronte a certe etichettature futuristiche, che sono certamente aspettative oneste, ma distanti anni luce dalla vere priorità che investono l’intera organizzazione penitenziaria.

Il carcere è cambiato, gli operatori sono cambiati, i detenuti sono cambiati, il sangue e le rivolte sono memoria storica, i deliri di onnipotenza surclassati  dai  troppi suicidi in deliranti commiserazioni.

Alla solidarietà costruttiva, requisito indispensabile al buon andamento di  un  istituto penitenziario, è subentrata una rancorosa indifferenza,  come se l’unica prassi vincente e risolutiva sia l’esclusione e il silenzio per chi ha sbagliato e paga il proprio debito, e se accade che si riesca a riparare in qualche modo, c’è pure il disprezzo per quanti condividono la fatica della risalita al consorzio sociale.

Un uomo rimane in carcere trenta-quaranta anni, ha imparato qualcosa, ha perduto qualcosa, ha acquisito altre cose, di certo non è più espressione di una violenza senza limite, né di una stanchezza parassitaria, può addirittura incontrare una condizione particolare che è vitale in un essere umano, la quale giorno dopo giorno soggiorna nell’interiorità.

Modificare e sostituire con una nuova locuzione il carcere?

In questi anni di restrizione e di impegno personale ho compreso che lo strumento liberante dalla propria condizione finanche disumana, è il lavoro, la possibilità di lavorare comporta un’assunzione di responsabilità verso se stessi e gli altri,  nel lavoro vi è la possibilità di fare convergere maturità e formazione, consegnando finalmente sostanza e coerenza all’irrinunciabile ideale della rieducazione, troppo spesso relegata a una alienante e vana attesa.

Non è importante innovare la parola, ma una proposta educativa che consenta al detenuto di alimentare esperienze urgenti e corrette di lavoro,  perché saranno queste a favorire un effetto profondamente pedagogico, nella fatica delle relazioni con le persone, una presa in carico della nostra dignità, per ripensare a noi stessi, a ciò che stiamo facendo, a ciò che vogliamo essere oggi.

Una giustizia equa raccoglie le istanze della società, ma tiene presente che esistono uomini che hanno scontato decenni di carcere per tentare di riparare al male fatto, ritrovando un senso e un ruolo sociale definito per non esser rispediti nuovamente a una umanità ignorata e esclusa.


A QUALE SCOPO UNA PENA DISTRUTTIVA E IMMUTABILE?

Come è possibile proporre di abrogare la legge Gozzini, una normativa che negli anni ha consentito di migliorare le persone in carcere, di fare davvero promozione umana, una prevenzione non fondata sulla vendetta, su quei sentimenti che non consentono giustizie sociali né pace per alcuno?

Perché è vero: la violenza regna dove l’ingiustizia ingrassa.

Conosco il sentire comune del “chi sbaglia paga” e la difficoltà a coniugare una giusta e doverosa esigenza di giustizia da parte della vittima di un reato, con una possibilità concreta di riscatto e riparazione in chi ha offeso l’altro.

Pagare il proprio debito alla società non può significare la creazione di una nuova dimensione di violenza, in una pena distruttiva e immutabile, che non consente di fare i conti con il peso delle proprie colpe, con le lacerazioni che hanno prodotto la rottura del vivere civile.

Quanto è difficile chiedere perdono in queste condizioni?

E quanto essere perdonati?

Ciascuno vive il suo presente in funzione delle scelte fatte nel passato, non per un sottile gioco delle maschere, ma perché le azioni del cuore, se non condivise, non consentono di essere scelte.

Allora ricostruirsi sottende capacità e forza per riparare al male fatto, richiama l’altro-gli altri ad accorciare le distanze, affinché l’uomo chieda perdono non con le parole, nè con la pietistica abbinata alle più alte autorappresentazioni, bensì nei gesti ripetuti, nei comportamenti quotidiani.

Rimangono le responsabilità e gli abissi dell’anima, nulla è cancellato, niente è dimenticato, ma sentire dentro il bisogno di perdonarsi, di avere pietà di se stessi, indica la via maestra per l’altro bisogno: essere perdonati per ciò che si è nel presente, nella consapevolezza degli errori disegnati a ogni passo in avanti, condividendo quel bene comune che è intorno a noi.

Perdonarsi e chiedere perdono è voce che parla al cuore con note forti, per tentare di tramutare l’ansia e il dolore delle vittime in una riconciliazione che sia cambiamento fruibile per la collettività tutta.

Penso che una vendetta che ripara teatralmente non produca nulla di positivo, e neppure un carcere che mantenga inalterata la follia lucida di chi ha commesso un reato.

Accontentarsi di chiedere maggiore severità nelle pene da espiare, induce la persona detenuta a convincersi di aver pareggiato il conto, di aver pagato quanto dovuto.

Invece, riconoscere il bisogno di perdonarsi e perdonare, sottolinea l’urgenza di un percorso umano ( non solo cristiano ) nella condivisione e reciprocità, nell’accettazione di una possibile trasformazione e di un fattivo cambiamento di mentalità.

Cancellare la Riforma Penitenziaria o legge Gozzini? 

A ognuno di noi spetta il compito di diventare un entronauta, un viaggiatore contempl-attivo, persino in carcere, in una pena finalmente accettata e vivibile.


ALTRO CHE SPEGNERE LA SPERANZA

Molti hanno detto che per conoscere le fondamenta e i caratteri di una democrazia, occorre indagare anzitutto il sistema penitenziario come la misura più indicativa della civiltà di un popolo.

Da detenuto ho avuto la fortuna di conoscere un grande uomo e un grande cardinale, che mi ha  mostrato in pochi minuti come la sola ritorsione non solo è contraddetta dall’etica evangelica, ma non porta i risultati desiderati.

Da qualche tempo sul carcere italiano è calato un silenzio refrattario all’impegno dell’ascolto, una indifferenza che genera un trascinamento lontano dal dolore  e dalla sofferenza, come se dialogare sulla umanizzazione della pena fosse diventato un atto di lassismo politico e istituzionale.

Eppure il carcere è luogo deputato alla elaborazione della pena, della colpa, dove l’uomo della pena nel tempo non sarà più l’uomo della condanna, ma quale uomo potrà diventare in una condizione di perenne disagio, costretto fino alle ginocchia nel proprio malessere, e in quello dell’altro.

Un tempo il dentro e il fuori interagivano, riuscendo a edificare ponti di socializzazione, attraverso una capacità di coinvolgimento-partecipativo da parte del personale penitenziario, con impegno da parte di quel volontariato solidale perché costruttivo, basato sulla fatica dialogica e comportamentale, e con una interazione proficua e necessaria con la società tutta.

Perfino a chi disconosce la  funzione del carcere e l’utilità della pena, non può sfuggire il valore educativo del lavoro, che la stessa Costituzione pone a fondamento del nostro Stato Repubblicano: senza occasioni di lavoro, senza l’acquisizione di strumenti formativi  professionali,  il carcere come istituzione non può raggiungere gli obiettivi che gli sono richiesti, gli scopi per cui esiste nella sua utilità sociale.

In questa inquietante insicurezza, che spinge a richiedere maggiori tutele e garanzie per le vittime e i cittadini onesti, forse è proprio questo il momento di ripensare non all’abolizione della Riforma Penitenziaria, non a rendere nuovamente invisibili uomini che hanno saputo ravvedersi e tornare ad essere parte viva del consorzio sociale. E’ necessario ripensare un carcere dove esistano veramente tempi e modi di ristrutturazione educativa, rifacendo per davvero i conti con la metà della popolazione detenuta non italiana, con un buon altro quarto di tossicodipendenti, mentre la rimanenza è quella criminalità che ben conosciamo.

Riforme e innovazioni non sono istituti-totem da imbalsamare, ma vista prospettica per rispondere efficacemente alla richieste della collettività, che si duole di una recidiva che permane un mostro a due facce: una dimostra che la pena non aiuta a migliorare le persone, l’altra che il carcere non si riappropria della funzione di salvaguardia della comunità.

Altro che ammazzare la speranza annullando la legge Gozzini, è urgente trasformare l’ozio e un tempo pericolosamente bloccato in occasioni di lavoro e abitudine alla fatica progettuale, affinché il rispetto per la dignità personale divenga qualcosa da guadagnarsi durante l’arco della condanna, proprio perché quella speranza di essere uomini  migliori dipenderà dal lavoro che ognuno di noi sarà disponibile a fare con se stesso.


GLI STESSI ERRORI RIPETUTI ALL’INFINITO

Quando il dolore e le sofferenze delle immagini superano l’inganno del più astuto componimento politico, quello è il momento di fare i conti con la realtà, quella più vicina alla verità, perché rivendica una giustizia che non può essere denudata dei principi fondamentali quali pari opportunità e pari dignità, nei riguardi dell’uomo e della stessa umanità.

Nel mondo ci sono ingiustizie e tormenti istituzionalizzati, dimenticanze studiate a tavolino, una degnazione colpevole al punto da apparire normalità, accettabilità, consuetudine.

Eppure di fronte alle sequenze che ci vengono mosse contro, non è possibile fare spallucce.

Un paese enorme la Cina, invadente e invasivo, per la sua potenza economica e militare, per la sua politica unidimensionale che non arretra neppure al bisogno di se stessa in difficoltà.

La Cina e il Tibet, sembra la favola del gigante e la bambina, ma non si tratta di filmografia né di letteratura, è la scena di una violenza ideologica, è aggressione che non conosce ritardo, a scapito di diritti non meglio definiti, e quando questi non sono del tutto condivisi, diventano motivo di contrasto, al punto da annientare popoli e religioni, la stessa capacità di organizzare il convivere umano.

Business e olimpiadi, censura e ciurma che arresta, tortura, uccide, in nome dell’ordine e dello Stato sovrano, di quanti non rispettano le minoranze destinate all’estinzione.

Il Tibet è lì, in tutta la sua pena, perduto e piagato, all’angolo delle coscienze, con il suo dolore e il suo sangue a rivendicarne la storia, calpestata dalla sordità di chi non sa accoglierne i segni della pace e dell’amore.

Olimpiadi e scelta personale di partecipare, obiettare, rinunciare, condizione del cuore, delle gambe, della testa, dei richiami alla fratellanza allargata, delle eguaglianze, delle mani che stringono altre mani.

Olimpiadi e Tibet in fuorigioco, invisibile testimone del bene e del male che fanno la differenza, debbono esser differenza, per tentare di spiegare le dinamiche, evidenti e mal riposte, che producono violenze inenarrabili, parole e gesti investiti malamente per generare altro male.

Olimpiadi e desiderio di competere, gareggiare, primeggiare, voglia di non esserci alla cerimonia di apertura dei giochi, voglia di dire la mia, di dissentire, voglia di esserci e dare il mio contributo per amore della pace, proprio nel momento in cui si sta consumando un martirio.

Quanto tempo dovrà ancora trascorrere prima che gli uomini intelligenti prendano in mano la propria coscienza e spunto dai propri sbagli per costruire un modo più efficace di funzionare in futuro.

Queste Olimpiadi dovrebbero indurre gli uomini a essere meno arroganti, a percepire il fremito degli atleti che daranno il massimo per vincere non solo una medaglia, non solo un applauso, questi giochi  stellari non saranno terreno fertile né facile per chi non si mostra capace di riflessione, riempiendo stoltamente il proprio vivere degli stessi errori ripetuti all’infinito.


NUOVA QUOTIDIANITA’ DEL VIVERE CIVILE

Ricordo le parole di  un grande Magistrato:, “ Il discorso sulla sicurezza è diventato un'ossessione, ma non bisogna aspettarsi la soluzione dei problemi da un maggior numero di caserme ( io aggiungerei di carceri ), e sebbene sia giusta e congrua l'azione delle Forze dell'ordine, non dovremmo mai perdere di vista l'essere umano, la fragilità della vita umana".
Quando penso al carcere, mi viene in mente quel nobile russo dell'era zarista a nome Oblomov, di cui mi ha raccontato don Franco Tassone della comunità "Casa del Giovane ": era una brava persona, non fece mai male ad alcuno, tanto meno lo si sentì mai lamentarsi. Semplicemente, non faceva nulla, sopravviveva a se stesso, nel più totale disconoscimento del fare, così tutto ciò che gli apparteneva decadeva per usura del tempo e nell'introvabilità di una scelta.

Questo immobilismo è oggi denominato come la patologia dell' oblomovismo.
Oblomov aveva un sacco di progetti, di architetture mentali, ma morì senza avere costruito nulla, lasciando ai posteri ruderi e miserie.
Sicurezza non è un ramo staccato dal vivere civile.
Sicurezza sta a significare il coraggio con cui affrontare l'insicurezza, che è anche e soprattutto solitudine e mancanza di relazioni umane.
Sicurezza non può essere lo strumento con cui chiedere alla giustizia penale di risanare ogni contraddizione.

Infatti per chi varca la soglia di un carcere, la pena avrà un termine, quella persona uscirà, ma tutto quello che viene prima e deve venire dopo, deve riguardare un intervento che coinvolga l'intera società.

Le scelte di politica criminale non possono essere dissociate da precise politiche sociali.  Se ciò non è, allora equivale ad ammettere, per tecnici del diritto ed editorialisti di fama, che reprimere e rinchiudere conviene assai di più che recuperare, rieducare, risocializzare.
Conviene, perché costa meno in termini finanziari, costa meno in risorse umane specializzate, costa meno in termini di ideali cristiani e democratici.
Infine, comporta meno rischi da correre, è inevitabile che sia così.
Eppure la storia è vita, e la vita non è uno slogan elettorale, ci rammenta cosa eravamo, chi siamo, e cosa vorremmo essere.

Un carcere a misura di uomo significa concedere la possibilità di rivedere con occhi e sguardi nuovi ciò che è stato, e soprattutto di intendere il proprio riscatto e riparazione, non come l'assunzione di un servizio statuale, che come tale rimane uno scarabocchio sulla carta, ma dovrà essere inteso come una vera e propria conquista di coscienza.
Rieducare non deve essere un traguardo per pochi privilegiati, ma una realtà costante, alimentata dalla capacità di mediare i principi del vivere civile alla quotidianità.

Ritengo non più dilazionabile l'urgenza di coniugare in modo autentico teoria e prassi, sicurezza e risocializzazione, in quanto entrambe le istanze sono elementi costitutivi della nostra collettività.
Forse, oltre la condivisione dei principi morali, i quali sono logicamente immutabili, sarebbe più consono e umano condividere le modalità e le sfumature, che invece  purtroppo cambiano sovente.


 

CONTRIBUTI PER LA SCUOLA

di Vincenzo Andraous

 

DIO E’ MORTO IN UNA CELLA

Ho letto i risultati del primo rapporto sulle condizioni di detenzione tratte dal volume “ Il carcere trasparente “ redatto da Antigone.

Ho l’impressione che continuiamo a riparlarci addosso, in una specie di  giro vizioso, forse irreparabilmente precostituito, come a voler significare: parliamone spesso, ma parliamone in fretta proprio per non dire niente.

Leggo attentamente queste righe, e seppure mi assalgono fremiti antichi, ho netta la sensazione di stare a vedere e peggio sentire sequenze di un film già visto tante e troppe volte.

Come se i miei ricordi, fossero improvvisamente fotografie impolverate dagli acciacchi del tempo…che non scorre, ma rimane lì, fermo, a rammentare.

Da 28 anni sono in carcere, da qualcuno svolgo attività di tutor nelle comunità “Casa del Giovane” di don Franco Tassone a Pavia, e ancora dimoro in un carcere, per cui ne conosco gli anfratti, le anse, i cambiamenti intercorsi.

Mi viene da dire che il carcere non è quello disegnato nei films, nei romanzi, nei fumetti, non è quello sovente strumentalizzato dal sistema mediatico.

Il carcere con i suoi molteplici contorcimenti, forse è addirittura irrappresentabile  se non lo si tocca con mano. Eppure mi piacerebbe significare un tragitto diverso, un cammino, sì, difficile, ma più vicino al reale.

L'immagine che si ha di una prigione è  uno schema freddo e sintetico. Uno spazio essenziale, spogliato di ogni riferimento, ove l'anima urla davvero, e potrebbe non esser udita, perché soffocata dalle sue stesse grida, dall"imprecare, sanguinare, chiedere.

Uno spazio ove al suo interno non esiste principio né fine, né prima né dopo, alcun tempo. Né sopra né sotto, alcuno spazio. Una dimensione di assoluto e di niente, di vuoto e di pieno.

Un movimento presente, passato, futuro; un punto di contatto, di aggregazione, di disgregante follia.

Linee e arredi spogli, poveri, insignificanti, ma a ben guardare, nel lungo tempo, divengono segni importanti: presenza viva nonostante tutto.

In questa  prigione così oscura, tetra e dura, tanto da divenire un incubo, fino a farti ammuffire più del suo tetto-cratere corroso dal tempo: esiste un'umanità che sopravvive e infine  chiede di vivere.

Allora non solo il sistema mediatico dovrebbe prendere in esame questa istanza che non ha nulla di pietistico o vittimistico, affinché divenga una precisa istanza di interesse collettivo, perché nessuno si  ritenga autorizzato a non farci i conti.

Questa cella, questo recinto stretto, questo carcere a distanza siderale dall'essere, difficilmente si impara ad accettarlo come intorno, a colorarlo con il lavoro, la poesia, il teatro, la meditazione, i rapporti umani finalmente nati, mantenuti e custoditi.

Eppure per crescere, per non piegarsi a quell’infantilizzazione galoppante, a quella desocializzazione che rincorre e rincula a ogni  standard di prisonizzazione, esso deve diventare uno spazio, si, di privazione della libertà, ma anche e soprattutto un micro gruppo facente parte il macro gruppo ove tentare di recuperare non solo attraverso l’afflizione, ma soprattutto da ciò che in ciascuno incombe: la responsabilità di " ritrovare e ricostruire se stesso".

Appoggiandoci ai lampi di vita dispersi e incendiati, comprendiamo che importante "non é esserci " ma capire "ciò che si é", ciò che siamo e dobbiamo essere," per reinventare la nostra vita”.

Forse ciò è possibile recuperando un atteggiamento più attivo e propositivo anche dentro un carcere, con la capacità di riconoscere le proprie potenzialità, i propri interessi, per poi tradurli in un progetto di auto-realizzazione, senza per questo arenarci a fronte di situazioni che solo apparentemente paiono troppo destrutturate, per cui le viviamo sovente come potenzialmente negative.

Credo sia il tempo di assumerci in prima persona le nostre responsabilità, con il coraggio delle nostre azioni. Perché non esprimere la propria opinione, ma anche non averla, significa non avere consapevolezza delle proprie esigenze, non farsi portatori di un proprio progetto di vita personale.

Allora rifuggire il nuovo, senza scommettersi, non impegnarsi insieme con gli altri, Operatori Penitenziari e la Società civile, non esponendosi in prima persona  per la  propria crescita personale e professionale: equivale a non vivere pienamente questa vita che ci precede e osserva, trasfigurando la quotidianità, trascendendo l'umanità stessa.

Tutto ciò perché?Per restituirci almeno in parte alla nostra dignità di uomini.

Mi convinco sempre di più che una persona detenuta debba fare ricorso alle proprie energie interiori per riuscire a vincersi e migliorarsi, ma ciò “ nonostante il carcere“, diventando a nostra volta soggetti sociali attivi e non solamente "larve”, né tanto meno rassegnandoci a essere “oggetti”.

Questa riflessione parte dalla constatazione che, nonostante la mia condizione di prigioniero, mi ritengo comunque parte di un insieme, in quanto: sono, vivo, miglioro, perché appunto parte di una ampia collettività. Senza ciò io stesso non sarei più.

In questo tempo d’impegno nella comunità “Casa del Giovane”, ho capito che è proprio dall'esperienza che nasce la necessità di cercare ripetutamente dei chiarimenti.

La  spinta a mettersi in discussione, a rimettersi in gioco, per conoscere di più noi stessi e gli altri, viene soprattutto dagli incontri e dal confronto che ne deriva.

Affrontare il cambiamento è una necessità, come affrontarlo è una sfida per l’Amministrazione Penitenziaria, per i detenuti, per l’intera società. Se il carcere permarrà o scivolerà in un sistema chiuso, esso gestirà i problemi del cambiamento e dell’aggiornamento tentando di mantenere lo status quo ripiegandosi su stesso; se invece diverrà  un sistema di detenzione aperto agli ideali nuovi e possibili, allora diverrà anche un luogo di reale testimonianza”.

Il rapporto di Antigone sul carcere, traccia i nuovi confini del disagio sociale, com’è cambiata la tipologia criminale, la stessa umanità ristretta. Ribadisce i tre grandi problemi endemici all’Organizzazione Penitenziaria: il sovraffollamento, la carenza di personale e di fondi.

Irrisolti, ma fondamentali quesiti che comportano la frammentazione del panorama penitenziario, fagocitando la divisione in pseudo feudi delle carceri italiane.

Il grande problema  sul versante carcerario consiste nel favorire e costruire una cultura nuova più consona allo spirito delle leggi e delle norme,  una cultura nuova che permetta anche a chi vive a contatto diretto e quotidiano con il recluso, un modo nuovo di concepire e mettere in pratica la propria professionalità e le proprie responsabilità. Mi chiedo infatti se un carcere che risponde a condizioni strettamente custodialistiche e prisonizzanti, non sia nell'effetto antitetico allo spirito e alle attese delle leggi stesse.

Altrettanto bene so che è innanzitutto al detenuto, che viene chiesto doverosamente di essere all'altezza del servizio offerto ( e sarebbe bene intenderlo come una conquista di coscienza e non solo come una mera possibilità statuale ), ma questa prigione costantemente  costretta a vivere del suo, a rigenerarsi di una speranza pressochè spenta, rafforza la separazione tra  il carcere e la  società. EPPURE IL CARCERE E’ SOCIETA’.

Il rapporto di Antigone è un’istantanea che non consente giustificazioni, tanto meno pause liberatorie, è un’apnea. E comunque io mi sento parte della società, da essa provengo e ad essa intendo tornare, a fronte di decenni di carcere già scontato. Per cui la società non può chiamarsi fuori, tanto meno considerare questo perimetro un agglomerato o un corpo morto a lei estraneo, questo perché lei stessa con i suoi squilibri, le sue ingiustizie e i disvalori, ne partorisce le trasgressioni e le conseguenti devianze che comportano quel sovraffollamento che tutti conosciamo.

Perciò se io ritorno nella società non può esserci nessuna separatezza, estraneità, affinché la società stessa si senta esentata dal dover fare i conti con questa realtà.

Allora come può una società non sentirsi chiamata in causa, non avere la consapevolezza che è suo preciso interesse occuparsi di ciò che avviene o non avviene dentro un carcere? Perché  volenti o non volenti, esiste un dopo e questo dopo positivo dipende da un durante solidale costruttivo e non indifferente.

Forse è giunta l’ora di intendere il carcere  in controtendenza rispetto alla tendenza sociale, che offra pure il fianco alla critica, ma opponga la sua credibilità e capacità di rinnovamento interloquendo con le giovani generazioni, e inducendo un ripensamento culturale, in modo che ciascuno non si senta esente dal fornire il proprio contributo.

Qualcuno insiste a disperare sul futuro incerto e obliquo? Il carcere viva allora nel presente, e lo faccia attimo dopo attimo, costruendo  un mondo carcerario più vivibile, a misura d’uomo, nella consapevolezza che ciò è compito di tutti, nessuno escluso.

Credo che occorra fare bene il proprio mestiere di uomo, sia esso di uomo libero che di uomo ristretto per gli errori commessi, agendo con più ragionevolezza possibile. Perché esercitare il mestiere di uomo, significa agire in modo da rispettare in noi e negli altri la dignità insita all’essere umano.

Qualunque sia il fondamento che si vuole assegnare alla morale della  pena, qualunque sia il peccato di  ognuno, un punto è condivisibile e irrinunciabile: non ci sono contributi “unici” da dare, né costruzioni di prigioni utopistiche, non c’è neppure da inventare una nuova tavola di valori. C’è solamente bisogno di riempire di contenuti adeguati quel che viene chiamato il bene e il giusto. Attraverso le generazioni in essa ospitate, e in quelle che all’esterno osservano, anch’esse imparando che l’unica solidarietà vera è quella che suscita attenzione verso chi è provato e sofferente, perché quasi sempre “il nostro lato migliore non dipende da noi, ma è affidato all’iniziativa di uno sconosciuto che viene incontro all’altro”.

 

Vincenzo Andraous

Carcere di Pavia

e tutor della “Casa del Giovane“ di don Franco Tassone a Pavia

 


CELLA N.7

Il carcere con i suoi molteplici contorcimenti, forse è addirittura irrapresentabile  se non lo si tocca con mano. Eppure mi piacerebbe significare un tragitto diverso, un cammino, sì, difficile, ma più vicino al reale.

L'immagine che si ha di una prigione è  uno schema freddo e sintetico. Uno spazio essenziale, spogliato di ogni riferimento, ove l'anima urla davvero, e potrebbe non esser udita, perché soffocata dalle sue stesse grida, dall"imprecare, sanguinare, chiedere.

Uno spazio ove al suo interno non esiste principio né fine, né prima né dopo, alcun tempo. Né sopra né sotto, alcun spazio. Una dimensione di assoluto e di niente, di vuoto e di pieno.

Un movimento presente, passato, futuro; un punto di contatto, di aggregazione, di disgregante follia.

Linee e arredi spogli, poveri, insignificanti, ma a ben guardare, nel lungo tempo, divengono segni importanti; presenza viva nonostante tutto.

In questa  prigione così oscura, tetra e dura, a tal punto da divenire un incubo, fino a farti ammuffire più del suo tetto-cratere corroso dal tempo: esiste un'umanità che sopravvive e infine  chiede di vivere.

Questa cella, questo recinto stretto, questo carcere a distanza siderale dall'essere, difficilmente si impara ad accettarlo come intorno, a colorarlo con il lavoro, la poesia, il teatro, la meditazione, i rapporti umani finalmente nati, mantenuti e custoditi.

Eppure si cresce sino a farlo diventare un tempio ove tentare di recuperare non solo attraverso la  fede che un  individuo professa, ma fors’anche e soprattutto da ciò che in ciascuno incombe; la responsabilità di " ritrovare e ricostruire se stesso".

Ci sono momenti in cui il panico assale, paralizza, terrorizza, e non ci rendiamo conto di come abbiamo fatto diventare queste quattro mura; "un mito", tentando di modificare questa dimensione disumanizzante in un luogo aperto ad alternative di conoscenza e di  mutamento interiore.

A volte persino  la perdita di memoria é una scelta individuale per non vedere né sentire, ecco che allora aprire gli occhi e saperli poi abbassare, consapevoli dei bisogni, dei desideri e delle aspettative, diventa un gesto, un comportamento ed un’azione che superano di gran lunga lo spauracchio di quel mito costruito troppo spesso a  nostra misura.

Spesso chiediamo quando giungerà il tempo per "ritenere di essere" a fronte dei chiavistelli e degli scarponi chiodati, vagando per campi minati, aggrovigliati nel filo spinato facendoci ancora più male, in una sofferenza per lo più amministrata e comunque mai consapevole.

Appoggiandoci ai lampi di vita dispersi e incendiati, comprendiamo che importante "non é esserci " ma capire "ciò che si é", ciò che siamo e dobbiamo essere," per reinventare la nostra vita”.

Forse ciò è possibile recuperando un atteggiamento più attivo e propositivo anche dentro un carcere, con la capacità di riconoscere le proprie potenzialità, i propri interessi, per poi tradurli in un progetto di auto-realizzazione, senza per questo arenarci a fronte di situazioni che solo apparentemente paiono troppo destrutturate; per cui le viviamo sovente come potenzialmente negative.

Credo sia il tempo di assumerci in prima persona le nostre responsabilità con il coraggio delle nostre azioni. Perché non esprimere la propria opinione, ma anche non averla, significa non avere consapevolezza delle proprie esigenze, non farsi portatori di un proprio progetto di vita personale.

Allora rifuggire il nuovo, senza scommettersi, non impegnarsi insieme con gli altri, Operatori Penitenziari e la Società civile, non esponendosi in prima persona  per la  propria crescita personale e professionale: equivale a non vivere pienamente questa vita che ci precede e osserva, trasfigurando la quotidianità, trascendendo l'umanità stessa.

Così restituendoci almeno in parte alla nostra dignità di uomini.

 

Vincenzo Andraous

Carcere di Pavia e

in regime di semilibertà

tutor educatore presso

Comunità Casa del Giovane

Via lomonaco 16 Pavia 27100

Tel. 0382-3814417


CONDANNATI A RIEDUCARE

In questi ultimi tempi nei riguardi del carcere si ascoltano frequenti analisi,  per tentare di rendere questo pianeta sconosciuto non solo più vivibile per chi vi è ristretto, senza dimenticare chi  vi lavora, ma anche più consono alle aspettative dettate da una Costituzione che non è carta straccia, ma la carta magna dei diritti e dei doveri di ogni cittadino, sia esso libero che detenuto.

Ci sono da una parte le opzioni espresse da chi vorrebbe decarcerizzare, depenalizzare, legalizzare. Mentre dall’altra sponda si chiede di incrementare l’edilizia penitenziaria e   abbassare il livello di fatiscenza delle strutture.

Poche invece le prese di posizione per elevare lo spazio di vivibilità all’interno degli istituti, per la rielaborazione di  pene più umane per rendere  meno incresciosa la recidiva, e più effettiva la richiesta di certezza della pena.

Le ultime novità stanno nella creazione di carceri gestite da eventuali titolari di comunità, prigioni parastatali con regole e norme ad hoc. E poi ancora alcune richieste di adottare un detenuto, lavoro socialmente utile, ecc.ecc.ecc.

Riguardo alla comunità di Stato per detenuti, indipendentemente dalle insegne o dalle etichette che si apporteranno, si tratterà di un carcere per tossicodipendenti, in territorio Italiano, con una legislazione vigente in tutti le prigioni della penisola.

Ciò che colpisce è l’imbocco di un’avventura per niente conosciuta, se non per ciò che dal privato penitenziario ci soggiunge dal paese del sogno…americano. Un mondo carcerario che è davvero un inferno, dove nulla e nessuno è risparmiato.

Sovviene una doppia riflessione, è sempre positivo elaborare un nuovo progetto per tentare di migliorare le condizioni del carcere italiano, soprattutto delle persone detenute, e per quella umanità ferita dalla droga. E’ chiaro che in questo senso il discorso appare più che accettabile.

Lo è un po’ meno quando la riflessione scava al di sotto del primo strato dell’iniziativa, la quale non ha solo abiti mentali sociali, ma anche politici.

Allora diventa pressante la domanda: perché non investire quel denaro  per spazi, sì, all’interno di una prigione, ma finalmente idonei al ripristino della propria dignità, autostima e crescita personale.

Spazi adibiti allo studio, al lavoro, a quella risocializzazione che è sintesi di una rieducazione che non ha più da regalare misere parole né sconti pietistici, affinché chi esce da una galera non abbia a ritornarvi…per una specie di nemesi  precostituita.

Investimenti in risorse umane qualificate e qualificanti, per capacità e per forze in campo…finalmente sufficienti, a mantenere alto il senso di salvaguardia della collettività attraverso l’accompagnamento individuale in microgruppi facenti parte il macrogrupppo.

Tutto ciò porta a sottolineare ulteriormente quella domanda iniziale; perché non investire davvero in quanto già c’è, in quanto già è scritto nelle circolari ministeriali, negli intendimenti del Dipartimento e del Ministero, quindi in quelle sezioni o strutture cosiddette “a sorveglianza attenuata”dove gli strumenti e le risorse impegnate non possiedono astrattezze, ma rimangono tutt’ora relegate in un angolo, perché poco condivise e perché osteggiate da pseudo furbizie politiche.

Forse sono figlio della mia storia, dei miei trent’anni passati dietro le sbarre, ma conosco il dazio da pagare per il male fatto agli altri, una pena che affligge, punisce e separa dalla collettività. Una pena che sancisce la fine di un tempo che non passa mai, un tempo che non esiste. Che non ti assolve.

Come detto molte sono le idee per trasformare in meglio il carcere, mi pare però che   le stesse comunità, se non ancora del tutto preparate a questo nuova sfida, che appare ravvicinata se non vogliamo davvero che il carcere divenga lo strumento di ogni conflitto sociale,  da tempo sono già luoghi di esecuzione della pena, infatti dove io svolgo la mia attività di tutor nella comunità “Casa del Giovane” di don Franco Tassone a Pavia,  ciò avviene con persone agli arresti domiciliari, in affidamento, in misura alternativa al carcere ecc.

Forse sarebbe il caso di investire veramente di più in quelle comunità che hanno costruito negli anni sul campo la loro credibilità, professionalità, progettualità e capacità di accompagnare l’altro in difficoltà. Quelle comunità-strutture che sono palestre di vita, le quali invitano a espellere le tossine a chi non regge più il passo, e parallelamente  consentono una corretta applicazione della sanzione nella  ricostruzione di identità perdute o peggio mai individuate.

Investire in quelle aree pedagogiche peraltro esistenti nel carcere, perché la politica dell’esclusione non possiede strumenti di ricomposizione per il reato commesso, né di cambiamento e riconciliazione, allora lo sforzo sta nella ricerca di una dimensione che non possa coincidere solamente con la fisicità della segregazione, o con un modello culturale basato sull'emarginazione e su una condanna che diviene alterazione del tempo e dello spazio, persino dei sentimenti.

Qui non si tratta di eccedere nel garantismo in favore dei detenuti, a discapito della tranquillità dei cittadini liberi, vittimismi e pietismi fanno male a entrambi.

E’ sorprendente come a volte l’incontro con gli altri, ci conduce sul sottile confine che delimita la scelta di rinnovarsi, di cambiare, ricorrendo alle proprie forze, alle proprie energie per tentare di recuperare non solo nel trascendente della fede, che ogni individuo professa, ma fors’anche e soprattutto su ciò che in ciascuno incombe: la responsabilità di "ritrovare e ricostruire se stesso".

C’è necessità  di un ripensamento culturale che affermi la giustezza di un principio, il quale  non è filtrato da scuole di pensiero o strumentalizzazioni ideologiche, in carcere esiste un prima e un durante e un dopo, più il carcere recupererà persone, più il problema della sicurezza sarà soddisfatto, contrariamente a ciò che si è cercato di fare passare come principio sofistico.

Un carcere che umilia, che destruttura senza preoccuparsi di ristrutturare, porterà  ad una delinquenza ancora più agguerrita, ad una insicurezza maggiore di quella vissuta nei nostri tempi.

Occorre davvero fare camminare insieme con equilibrio e senza dimenticanze la funzione di salvaguardia della collettività e quella di recupero fattivo delle persone detenute.

In questo ultimo periodo non si fa che parlare di eliminare le vecchie fortezze penitenziarie perché fatiscenti e inumane. Non so perché ma ciò mi fa pensare a  quella Edilizia Penitenziaria nata in epoca emergenziale: privilegiando criteri tecnologici di neutralizzazione e incapacitazione,

Per cui se questa è l’ottica mi chiedo dove potrà estrinsecarsi  l’aspetto di carattere trattamentale-rieducativo, risocializzante, di recupero del detenuto.

Contraddizioni questa, che coinvolge  non solo il recluso, in quanto anello più debole (e quindi doppiamente prigioniero del meccanismo perverso che genera il carcere così com’è), ma anche l'Operatore Penitenziario, perchè volente o nolente, egli verrà a trovarsi in una posizione conflittuale rispetto alla consegna che la Costituzione e l’Ordinamento Penitenziario  gli conferiscono.

Mandato il suo che striderebbe fortemente in una situazione di sbilanciamento sul versante della sola sicurezza. Infatti l’Operatore Penitenziario ha  nelle sue funzioni peculiari il fornire supporto per quell’auspicata risocializzazione  dei detenuti, i quali sono soggetti a osservazione e trattamento, ma che a causa del sovraffollamento, dell'esiguo numero di operatori poco possono essere seguiti.  Per cui questo importante mediatore relazionale si troverà anch'esso prigioniero dell'impossibilità di ben operare, di inventare tempi e modalità di esecuzione.

Costruire nuove carceri? Si dice che lo si farà ragionando con il criterio di un paese moderno, ossia all’insegna della sicurezza e del recupero, eppure il personale addetto al trattamento rieducativo continua a mancare, gli istituti obsoleti nati nelle città vengono lentamente smantellati, e quelli nuovi piazzati nelle periferie sempre più remote… a dire dei tecnici per una impossibilità logistica.

Ma così il luogo per eccellenza più separato, escluso, ghettizzato, diventa lo spazio più facile da rimuovere culturalmente.

Se il carcere che si vuole fare nascere  non avrà spazi di risocializzazione, perché costruito su un ragionamento di solo contenimento del fenomeno criminale, se gli spazi in questione verranno immediatamente occupati per la troppa abbondanza di carne umana, mi sembra  chiaro che continuerà a venire meno la funzione stessa della pena e cosa ben peggiore aumenterà la recidiva e la società si ritroverà in seno uomini ancora più incalliti di quando sono entrati, peggio uomini ritornati bambini incapaci di fare scelte responsabili.

In questo senso assume grande rilievo l'impegno di ognuno,  ciò alimentando processi ripetuti di relazioni e interazioni, affinché sia possibile un cammino di crescita individuale attraverso la sinergia di quattro poli convergenti: Magistratura, Istituzione Penitenziaria, Società e Detenuti.

Se solo una di queste componenti viene meno tutto il progetto è destinato a fallire.

Lo stesso dibattito sulla Giustizia e in questo caso sulla pena e sul carcere è costantemente avvelenato dal flusso comunicazionale non sempre corretto e leale. Per cui il bene e il giusto che si riesce a fare in una galera, nelle persone ricondotte al vivere civile, premessa per ogni conquista di coscienza, rimangono ultimi e dimenticati, rispetto al male commesso dai pochi.

Di conseguenza rivendicare la propria dignità, ognuno per sua parte e nel proprio ruolo, sfugge a ogni regolamentazione giuridica e umana, ciò per una politica contrapposta e distante che disgrega e annienta quei “ponti di reciproco rispetto “ a fatica mantenuti insieme.

Ci sono molte idee in pentola, personalmente mi limito a ribadire che affrontare il cambiamento è una necessità, come affrontarlo è una sfida per l’Amministrazione Penitenziaria, per i detenuti, per l’intera società. Se il carcere permarrà o scivolerà in un sistema chiuso, esso gestirà i problemi del cambiamento e dell’aggiornamento tentando di mantenere lo status quo ripiegandosi su stesso; se invece diverrà  un sistema di detenzione aperto agli ideali nuovi e possibili, allora diverrà anche un luogo di reale testimonianza.

Altrettanto bene so che è innanzitutto al detenuto, che viene chiesto doverosamente di essere all'altezza del servizio offerto ( e sarebbe bene intenderlo come una conquista di coscienza e non solo come una mera possibilità statuale ), ma questa prigione costantemente  costretta a vivere del suo, a rigenerarsi di una speranza pressochè spenta, rafforza la separazione tra  il carcere e la  società.

EPPURE IL CARCERE E’ SOCIETA’.

Allora come può una società non sentirsi chiamata in causa, non avere la consapevolezza che è suo preciso interesse occuparsi di ciò che avviene o non avviene dentro un carcere? Perché  volenti o non volenti, esiste un dopo e questo dopo positivo dipende da un durante solidale costruttivo e non indifferente.

Qualunque sia il fondamento che si vuole assegnare alla morale della  pena, qualunque sia il peccato di  ognuno, un punto è condivisibile e irrinunciabile: non ci sono contributi “unici” da dare, né costruzioni di prigioni utopistiche, non c’è neppure da inventare una nuova tavola di valori. C’è solamente bisogno di riempire di contenuti adeguati quel che viene chiamato il bene e il giusto, perché inutile negarlo il carcere è primariamente un male profondo, e se non sarà inteso come ripristino di un senso di giustizia e di possibilità a riacquistare la propria dignità,  esso sfibrerà gli uomini ristretti rendendoli insensibili alla necessità di ricucire  quello  strappo dolente causato con il proprio comportamento.


Non è un film né un romanzo

Vincenzo Andraous, condannato all’ergastolo e detenuto da più di trent’anni, ripercorre la sua vita dall’adolescenza fino al momento della domanda di grazia.

di Rossella Abate

 

Affascina e allo stesso tempo stordisce ascoltare Vincenzo Andraous, 54 anni, mentre racconta e analizza sistematicamente tutta la sua vita caratterizzata da una fase di indicibile spietatezza e una di straordinario recupero. Staresti lì ore e ore senza mai annoiarti: è proprio un gran narratore. A distogliere l’attenzione è il telefono che suona continuamente. In poco più di mezz’ora lo hanno cercato circa trenta volte. Perché Vincenzo, da otto anni in regime di semilibertà alla Casa del Giovane, è diventato il punto di riferimento per molte persone ed è responsabile di numerose attività lavorative. Nonostante il pochissimo tempo a disposizione, non ha abbandonato la scrittura, anzi in questi giorni è uscito il suo ultimo libro: “Bulli, carcere, comunità”, raccolta dei suoi editoriali pubblicati sul quotidiano “Avvenire”.

Vincenzo, com’è stata la tua adolescenza?

Ho un buco nero. La racchiudo in pochi pensieri: famiglia poverissima, senza padre, mia madre che si spaccava la schiena dodici ore al giorno e io che, fin dalle elementari, facevo il bullo. Facevo il prepotente con le maestre, i compagni…  Cercavo di metterli sotto. Così, proprio in quel periodo, ho scoperto la violenza. Ho scoperto che, prendendo in mano un sasso e colpendo sulla testa un compagno, tutti gli altri si allontanavano. E’ stata la mia rovina. Questo, trasportato alle medie, ha significato alzare il livello di scontro, ha significato diventare davvero il diverso in classe, a scuola, in famiglia e in strada. La diversità è diventata una difesa, una giustificazione.

Hai fratelli?

Sì, uno. Abbiamo un anno di differenza. La scoperta della violenza l’ho fatta a causa di mio fratello. Siamo arrivati nel veronese dalla Sicilia all’età di cinque o sei anni. Eravamo gli unici a essere chiamati “terroni” in quel paese. Proprio questo sentirsi denominare “terroni” scatenava in me una rabbia furibonda. Per me era un’offesa grave, per lui no. E tutte le volte che andavano addosso a mio fratello, io saltavo dentro e le prendevamo. E’ stato lì che ho fatto la scoperta di quel sasso. Colpendo forte un ragazzo, si è creato un varco: nessuno più si avvicinava, nessuno più ci chiamava “terroni”. C’era solo paura, terrore.

A 14 anni finisci per la prima volta in carcere.

Già. E con il carcere inizia anche l’evasione. Inizia il mio peregrinare tra un carcere minorile e l’altro. Formo una banda di minorenni, non frequento più la scuola, la famiglia, il paese. Inizia la fase del crimine vero e proprio. Non facevo uso di droghe, né di alcolici. Ero affascinato dalla mia forza.

Inizi a rapinare le banche…

Quando entravo in banca, non avevo quasi bisogno della pistola. Mi definivo “il rapinatore”. Essere rapinatore di banche, per me era una medaglia al valore. Non sparavo mai, finché poi invece è successo. Mi piaceva ottenere le cose con la prepotenza.

Come sono stati i primi anni in carcere?

I primi anni ho vissuto una follia lucida. Tutto ciò che facevo all’esterno era diventato uno status quo anche in carcere. Da qui tutte le rivolte e tutti i morti che ci sono stati. E’ la realtà, non è un film né un romanzo. Mi ribellavo e sequestravo carceri interi invaso dall’idea di poter umanizzare il carcere. Invece non facevo altro che il gioco di chi il carcere lo voleva disumanizzare.

Cosa ti ha portato al cambiamento?

La mia nuova presa di coscienza inizia dopo quindici, vent’anni di carcere. Di sicuro non è stato il carcere. Anzi il carcere non ha fatto altro che indurirmi ancora di più. Quindi il cambiamento è avvenuto nonostante il carcere.

Hai iniziato a scrivere in carcere…

Sì, anche se sono un autodidatta. Sono sempre stato molto curioso. Ho avuto la fortuna di leggere e scrivere molto. I miei primi scritti, li prendevo e li strappavo per non farli vedere agli altri. Non consentivo a nessuno di leggere quello che scrivevo. Scrivevo perché ne avevo bisogno. Ero consapevole di diventare debole mentre scrivevo. Non dovevo più apparire per forza, o essere ciò che incarnavo in quel momento.

Cos’altro ti ha aiutato?

Alcuni incontri fondamentali hanno fatto la loro parte. I primi anni avevo fatto passare in secondo piano tutti i miei affetti. Ero diventato un pezzo di carcere. Il mondo affettivo mi era indifferente. Ero tutto proteso allo scontro fisico, alla guerra vera e propria.

Mi ha fatto effetto trovare mia figlia che improvvisamente era più adulta di me. Quando ero latitante la vedevo, poi sono finito in carcere e l’ho vista sempre dietro un vetro. Me la portava mia madre, che silenziosamente ha peregrinato per tutti i carceri d’Italia portandosela dietro.

Nonostante tutto, ti è rimasta vicina.

Mia figlia non mi ha mai abbandonato. Però quando veniva a trovarmi, rimaneva dietro al vetro divisorio per un’ora senza dire una parola. Mi guardava e non parlava. Io ero talmente accecato dalla mia follia che non mi rendevo neanche conto del perché stesse zitta, interpretavo il suo silenzio come una forma di rispetto, di riverenza.

Cos’altro hai maturato in quegli anni?

Mi sono reso conto del fatto che gli interessi, il danaro pesano e comprano le amicizie, le fratellanze. Quando mi sono accorto di essere venduto per soldi, non ci sono più stato. Avevo idealizzato la malavita.

Com’è stata la risalita?

Quando mi sono rimesso in gioco, la critica è stata spietata. Il re era nudo, non c’era nulla che potesse giustificare tutto quello che ero stato ed ero in quel momento. Ero diventato molto debole, tutta la mia forza era scomparsa. L’unica forza che mi era rimasta era quella di non vendere e svendere nulla, di non accettare più compromessi.

Ritirarmi in buon ordine non è stato semplice. Ho pagato dazi pesantissimi. Non ho più strappato i miei scritti. Ho messo nero su bianco i motivi dei miei errori. Perché finalmente avevo capito che la persona più brutta che avessi incontrato in vita mia ero io. Non erano gli altri.

La mia vita è cambiata perché è passata attraverso un giudizio spietato. Non mi sono mai sentito una vittima per la condanna che ho ricevuto. So perché sono stato condannato all’ergastolo. So perché ho fatto anni e anni di isolamento totale, so perché sono stato trattato male in carcere.

Dicevi che hai fatto alcuni incontri importanti.

Ho incontrato alcune grandi persone che mi hanno detto: “Comunque tu sei un uomo”. Lì per lì ho rifiutato d’emblée questa affermazione perché mi sentivo altro che un uomo. Queste persone si sono sedute davanti a me con atteggiamento paritario, che non era finalizzato ai soli bei sentimenti che sarebbero risultati sterili. Con loro ho parlato di tutto ciò di cui prima era impossibile parlare. Perché erano cose indicibili tante volte. Queste persone hanno scatenato in me un bisogno di sentirmi davvero diverso, di emozionarmi e di essere capace di emozionare gli altri: mia madre, mia figlia... Finalmente potevo dire loro che provavo sentimenti felici. Ho sentito la necessità di toccare mia figlia, cosa che per quindici anni non avevo mai neanche supposto.

C’è quindi un risveglio delle emozioni…

Sì, ho sentito il bisogno di sentire mia figlia, di non vedere più mia madre piangere. Ho sentito il bisogno di essere un’altra persona, di essere un uomo. In questo sono stato aiutato da grandi persone. Ho scoperto cose che pensavo non esistessero, ho scoperto la vergogna, il bene verso una persona, la lealtà (non quella di trent’anni prima, che era omertà). Devo molto agli altri. Non sarei qui se non ci fosse stato don Franco Tassone. Tutta la città di Pavia aveva promesso di aiutarmi ma l’unico a cui devo davvero tutto è don Franco.

Poi qui alla Casa del Giovane ho fatto l’incontro più importante della mia vita: Cristina, che poi ho sposato. E tre anni fa ho conosciuto una nuova gioia, mia figlia mi ha fatto diventare nonno di un bambino stupendo.

Alcuni mesi fa hai presentato la domanda di grazia: perché?

Per molti anni, dopo aver detto basta, non ho mai voluto chiedere la grazia. Ho scontato quasi 33 anni di carcere. Ogni volta che mi si presentava la possibilità, la scartavo a priori perché non mi sentivo pronto. Tanti mi dicevano: “Presentala, più di questo non puoi fare”. Io ho sempre risposto: “Non sono pronto”.

E’ il metodo della presentazione della grazia che mi ha sempre fatto avere questa negatività: presento la domanda di grazia perché chiedo perdono. Ma chiedere perdono per tutto il male fatto è racchiuso solo nel gesto di istruire una domanda di grazia e consegnarla? O consiste piuttosto in una sequela di giorni ripetuti in cui fare, dire, essere è un chiedere perdono?

Poi circa un anno fa ne ho parlato prima con don Franco, poi con Franco un altro buon amico della comunità Casa del Giovane, e non so perché da quando ho deciso di presentare la domanda di grazia non mi sono più chiesto se la merito. So che più di così non posso dare. Questo non significa che mi sto ponendo ulteriori limiti ma che sono consapevole dei miei limiti.

Se lo Stato, la società, non intendono perdonarmi è un discorso, se invece ritengono di aver usato il carcere per percorrere una strada costruttiva, allora  credo che il discorso da fare affinché il carcere migliori le persone sia un altro.


Intervista condannata all’ergastolo.

Recupero o distruzione? Clemenza come rieducazione? Chi sbaglia paga. Ma la pena deve essere redentiva, e non infliggere la morte civile

Di Piersandro Vanzan Padre Gesuita redattore di La Civiltà Cattolica, nonché grande amico della Comunità Casa del Giovane di Pavia,  e Vincenzo Andraous detenuto, scrittore, tutor Comunità Casa del Giovane di Pavia.

Da oltre quattro anni, periodicamente vado a Pavia, per i controlli nel reparto del famoso cardiochirurgo prof. Mario Viganò, e durante questi day hospital risiedo presso la Casa del Giovane (CdG): altra gloria di Pavia, fondata oltre 30 anni fa da don Enzo Boschetti. E così, il 14 novembre 2002, ebbi la ventura di seguire in televisione la storica visita del Papa al Parlamento italiano con l’amico Vincenzo Andraous: ergastolano che, dalla mattina alla sera, lavora nel Centro Stampa della CdG e fa da tutor a una squadra di ragazzi che, in quella Comunità, stanno recuperandosi. E ai quali lui, che ha tanto deviato – ma che è riuscito a uscirne “vincitore”: perciò i ragazzi lo chiamano “Vince” -, insegna che devono lottare, andare controcorrente, se vogliono riprendere in mano la propria vita. Come ha fatto lui, appunto, che lavora in mezzo a loro per insegnare questo.

Dal messaggio pontificio stralcio qui il toccante appello perché sia usata clemenza verso il popolo detenuto. Ho guardato Vincenzo, che ascoltava in silenzio quelle parole, visibilmente attraversato da una forte emozione, non dovuta però al tradurre “clemenza” in riduzione di pena. Vince infatti lo ha detto tante volte, e lo ha scritto anche nell’ultimo suo libro, composto sera dopo sera, quando rientra in carcere dal lavoro in CdG (Vincenzo Andraous, Un viaggio. Devianza minorile, carcere, comunità, Edizioni CdG, Pavia 2002): chi sbaglia paga. Ma la pena dev’essere redentiva, e non infliggerti la morte civile. Per Vince, quindi, le parole del Papa avevano un significato molto particolare, che mi sfuggiva e gli ho chiesto di spiegarmelo.

Vanzan: A cosa hai pensato sentendo Giovanni Paolo II invocare clemenza?

Vince: Ho pensato che il Papa non indulge a comode scorciatoie, ai perdonismi che offrono uscite di emergenza ai soliti furbi. No, ben altra è la clemenza intesa dal Papa, secondo me: perché coniuga verità e giustizia con umanità e redenzione. In breve, quella del Papa non è una clemenza a buon mercato, bensì una grazia a caro prezzo. E questo “caro prezzo” riguarda tutti: istituzioni, operatori penitenziari, volontari e carcerati.

Vanzan: Spiegati meglio.

Vince: Per cominciare, nell’appello del Papa non c’è polemica verso un carcere ormai ridotto a un mero contenitore di numeri, che imprigiona e abbruttisce, negando al detenuto la redenzione. Di rieducazione, infatti, c’è traccia solamente in qualche operatore, peraltro avvilito e in sottonumero. Né, tanto meno, il Papa disattende le vittime del reato: i feriti e gli offesi da quei crimini. Ma il detenuto è tuttavia una “persona”, che sconta la giusta pena ma che, se aiutato convenientemente, potrebbe riparare.

Rieducare e reinserire non dovrebbero essere soltanto termini astratti o, peggio, che sottolineano l’inadeguatezza del nostro sistema penitenziario rispetto al dettato costituzionale. Perciò, nella clemenza invocata dal Papa io ho sentito come un grido: quello di aiutare i detenuti a recuperarsi, per reinserire nella società uomini nuovi, rinnovati.

Vanzan: Ma come? Salvo lodevoli eccezioni, la maggioranza rimane al palo, con la sola aspettativa di scontare in fretta la propria condanna, e ciò senza alcuna consapevolezza del presente, senza vista prospettica, senza figura del futuro, in una parola: senza speranza. Che fare per cambiare questa situazione?

Vince: Ecco il punto, sotteso all’invocata clemenza del Papa: realizzare un sistema carcerario nuovo. In quello attuale, dov’è vietato persino sentirsi utili, responsabili, avere delle prospettive, al recluso manca persino il senso di questa arbitraria privazione. E anche fuori, l’opinione pubblica ritiene che bloccare un detenuto nell’inazione alienante sia la fatica minore. Ma questo agire è fatale, perché quel detenuto non è in una situazione di attesa, dove il tempo serve a ricostruire e rigenerare bensì, non attendendo alcun domani, egli è fermo a un passato riprodotto a tal punto, che tutto rincula a ieri, come se fosse possibile vivere senza futuro, come se delirare fosse identico a sperare.

Rieducare ha costi elevati, lo so, comporta fatica e inciampi, ma è la sola via maestra che evita il proliferare della criminalità.

Vanzan: Insomma, nella clemenza invocata dal Papa tu hai colto l’urgenza di offrire ai detenuti una prospettiva, la spinta a collocarli in una qualche prospettiva futura. Ossia, far sì che il tempo della pena favorisca una “storia nuova”  in ciascun detenuto, rompendo con gli errori del passato e impostando un nuovo progetto di vita. È questa, secondo te, la clemenza richiesta dal Papa verso i carcerati? Ma non è utopica?

Vince: Sì, perché si tratta di una clemenza ardua, che esige lo sforzo di far loro vedere che la pena ha un termine e che poi ricomincia il viaggio. Ma come lo vuoi ricominciare? Riprendendo a deviare? Ecco l’anima, il nucleo della “rieducazione”, la forma pratica e costruttiva del vero “recupero”. Del resto, per l’art. 27 della nostra Costituzione è “redentiva” soltanto quella pena che toglie, sì, la libertà, ma per aiutare la persona a riprendersi: proprio fornendole capacità e strumenti per non tornare a delinquere. E quell’applauso scrosciante del Parlamento forse ha sottolineato l’evento tanto atteso: ossia che, finalmente, s’è intravista la prospettiva nuova, richiesta da un simile atto di clemenza. Nessuno sconto al delitto, ma la preghiera a recuperare la dignità anche in chi ha recato l’offesa. Una dignità recuperata attraverso l’offerta di mezzi e strumenti per tentare una riconciliazione con se stessi e con gli altri, mediante la ricomposizione di tante fratture: non ultima quella di un art. 27 della nostra Costituzione, che attualmente rimane un segno incerto, ma può diventare una realtà grande.

Vanzan: Insomma, secondo te, possiamo affermare che il Pontefice abbia tracciato la condotta etico-costituzionale per trasformare la speranza in pazienza del possibile? E che ai presenti in Montecitorio abbia offerto le chiavi di accesso per formulare un patto sociale di responsabilità operativa delle coscienze?

Vince: Senz’altro! Ma ora dobbiamo tenere vive tali provvidenziali indicazioni di Giovanni Paolo II. Perché ogni riforma, anche quella carceraria, richiede non solo il coraggio di pensare in grande e di sperimentare vie nuove, ma anche un impegno costante nel realizzare questa sorta di utopia. Sappiamo bene, infatti, è più facile non guardare a quel che succcede nei meandri di un penitenziario e ancora più comodo non accollarsi troppi grattacapi per chi ha sbagliato e paga giustamente il fio. Tranne poi scandalizzarsi quando molti di questi soggetti, una volta ritornati in libertà, tornano a commettere gli identici reati, creando nuova insicurezza. E allora si auspica inasprimento delle pene, carcere duro e quant’altro, con l’unico risultato di nascondere la verità: quella che fa male, perché indica la nostra corresponsabilità. Almeno quella di un silenzio connivente, di fronte ai guasti dell’attuale sistema penitenziario, che moltiplica vittime e carnefici.

Vanzan: Concretamente, proprio sviluppando le indicazioni del Papa, cosa vedi sia urgente fare, per non lasciar cadere quelle provvidenziali suggestioni?

Vince: Fondamentalmente, si tratta di coscientizzare un po’ tutti sulle anomalie presenti nel carcere e supinamente accettate dai più. Domandiamoci: per quale misterioso imperativo categorico la prigione deve rimanere uno spazio isolato, disgregato e annichilente a tal punto che nessuno deve interessarsene? Perché chi entra in una prigione deve uscirne svuotato di sé e privato d’ogni speranza? Come trasformare il presente carcerario, ricercando un dialogo possibile, che edifichi un minimo di approdi sicuri? Insomma, se vogliamo che la criminalità diminuisca, bisogna riflettere tutti insieme sul che fare per ridurre l’attuale scompenso tra punizione e ricupero, attuando una collaborazione partecipata e attiva.

Memori che il delitto è anche una malattia sociale e, come tale, necessita più di un risanamento che di un’accentuata punizione.

Ringrazio Giovanni Paolo II per averci costretti a ritornare su questi temi, che pigrizia o malafede vorrebbe accantonare.


RIEDUCARE NON SOLO A PAROLE

Sui giornali leggo interventi mirati sul carcere, parole espresse con buona volontà da uomini pratici di promozione umana.

Lo dico io che sono stato vissuto dal carcere, trapassato e segnato fino a farmi sentire parte del suo sé.

Perché la galera ti respira a fondo rubandoti i giorni a venire.

Questo pianeta di cui poco si sa e meno ancora si pensa è un contenitore di carne umana destinata a imputridire, tra l’indifferenza o il gaudio dei più.

Ho pensato mille volte a questo carcere che alimenta un’esistenzialismo umbratile, dubbioso, precario.

Forse occorre finalmente vivere-vivendo senza più lasciarsi respirare passivamente, e tenacemente prendersi in braccio e stringere i denti, senza più ostinati silenzi in cui rifugiarsi.

Ma come fare se il carcere attuale è davvero malato, se manca degli strumenti per incidere e fare maturare le personalità latenti, se non possiede un ideale che possa infine piegare a una proficua utilità la pena? Nè è capace di partorire una speranza vera, destrutturando-ristrutturando ciò che rimane dei brandelli di vita ritrovati.

Scrivo queste righe senza presunzione di conoscere la strada maestra, ma consapevole dell’esperienza che sto vivendo in prima persona.

Infatti, nonostante il carcere e gli anni trascorsi dietro le sbarre, oggi sono qui nella comunità la “Casa del Giovane” di Don Franco Tassone, successore dell’indimenticabile Don Enzo Boschetti ( che qui aleggia dappertutto ). E qui, pur permanendo la mia condizione di detenuto, mi è stato concesso di svolgere il ruolo di tutor. Mi sento parte di questa nuova cultura dell’intendere e del sentire, e sento vive le parole del fondatore di questa comunità, Don Enzo Boschetti: “ Si educa, e si rieduca, solo con la libertà e nell’amore, perché solo nella libertà e nella fiducia reciproca costruita pazientemente e tenacemente, si può costruire e rinnovare una personalità”.

In questo senso sono qui a imparare molto e a dare quanto è nelle mie capacità.

Il carcere con i suoi molteplici contorcimenti, forse è addirittura irrappresentabile se non lo si tocca con mano.

Mi piace quindi significare un tragitto diverso, un cammino, sì, difficile, ma più vicino alle aspettative reali. Un tragitto che consenta un effettivo reinserimento sociale a fronte di una progettualità costruttiva che renda meno ostico il rientro nella collettività.

In questa comunità, dove non sono più solo un ospite, ma parte integrante, mi rendo conto della differenza nel modo di operare e di affrontare una stessa esigenza “pedagogica”: il trattamento personalizzato.

Infatti all’interno di una prigione, se è vero che l’Ordinamento Penitenziario prescrive un trattamento personalizzato, è altrettanto vero che, a causa dei problemi endemici all’Organizzazione Penitenziaria, il tutto risulta piuttosto aleatorio.

Qui, nella “Casa del Giovane”, dove comunque esistono regole precise e finalità ben concepite, e dove tutto si basa sull’amore e sul rispetto reciproco, ognuno si sente parte del proprio progetto di vita. Ciò perché non esiste assistenzialismo parassitario, ma impegno e lavoro, fatica e sacrificio, per il raggiungimento di una meta che consiste in un agire comune per obiettivi comuni.

In carcere per i motivi più volte sottolineati - la scarsezza di finanziamenti, di Operatori specializzati, di richiesta e offerta sul mercato del lavoro - ogni sforzo è destinato a rimanere lettera morta, e poco importano i pochi casi ben riusciti a fronte dei tanti fallimenti e peggio dei troppi detenuti in lista di attesa. Un uomo ristretto costa al popolo italiano oltre 300 mila lire al giorno, eppure il degrado e la inefficacia trattamentale rendono il più delle volte questa spesa “ terribilmente superflua”.

Allora perché non credere di più nelle capacità di promozione e recupero umano offerte dalle comunità, in particolar modo dalla “Casa del Giovane” per il territorio pavese?

Perché non destinare alle comunità i fondi necessari e sufficienti per poter intervenire sulle diverse tipologie di reati e di persone?

Occorre prendere atto dell’opportunità di quantificare e amplificare qualitativamente il concetto di solidarietà costruttiva ( e non solo protettiva ), che miri al raggiungimento di una solidarietà anche produttiva, perché nell’aiutarsi reciprocamente, nell’impegnarsi vicendevolmente è sottesa la capacità di ognuno di crescere e compiere il proprio cammino non soltanto interiore, ma proiettato all’inserimento lavorativo esterno alla comunità stessa ( come del resto dovrebbe avvenire in un carcere a conclusione della condanna espiata).

Quanto fin qui detto non nasconde le difficoltà in cui opera anche questa comunità, quel che importa, come diceva il suo fondatore e come testimonia il suo successore Don Franco: “ Non è mai lecito arrendersi…Per vincere bisogna lottare, perché si vince quando non si perde l’ultima battaglia”.

Per restituire al carcere la sua vera funzione, potrebbe essere salutare e intelligente, come alternativa alla deresponsabilizzazione-infantilizzazione dilagante, alla inutilità della pena fine a se stessa, affiancare il servizio offerto dalle comunità ( per ora affidate a pochi privati e sacerdoti ), che consente di recuperare l’individuo non solo attraverso la fede che professa, ma anche e soprattutto attraverso il riconoscimento di ciò che in ciascuno incombe; la responsabilità di " ritrovare e ricostruire se stesso".

Come tanti altri ragazzi qui con me, anch’io ho un vissuto deviante, diciamo pure criminale, e in questa dinamica educativa-formativa-autorealizzante mi viene da dire che: ci siamo messi il passamontagna tante volte, occorre avere il coraggio di togliercelo. Perché se metterlo è un atto di forza, toglierlo è un atto di dignità

 

Vincenzo Andraous

Carcere di Pavia  e

tutor educatore Comunità Casa del Giovane di Pavia


Alcuni educatori e ragazzi di Azione Cattolica Giovani di Venezia avendo letto alcuni miei articoli on line, mi hanno scritto e posto alcune domande:

1) Cosa si prova quando la sentenza di condanna è l’ergastolo?

2) Come consideravi la libertà prima del carcere?

3) Come consideri la libertà ora in carcere e nella tua condizione di detenuto e semilibero?

4) I tuoi valori e le priorità sono cambiate?

5) Internet con la sua nuova tecnologia cosa rappresenta per te?

Ora cercherò di illustrarvi la mia condizione e situazione attuale.

Sono in carcere da 28 anni, condannato all’ergastolo, da alcuni anni usufruisco di permessi premio e di lavoro all’esterno in semilibertà.

Attualmente svolgo attività di  tutor nelle comunità “Casa del Giovane” di don Franco Tassone a Pavia.

Seguo ed accompagno ( forse è meglio dire che sono loro ad accompagnare me ) nel loro cammino dei ragazzi giovanissimi ed anche degli  adulti.

Essendo nella misura alternativa della semilibertà, posso inoltre trascorrere qualche ora a casa con la mia compagna e il nostro cane, e tutte le sere alle 22 rientro in carcere.

Da tempo incontro ragazzi e giovanissimi in parrocchie, scuole e università, e da questi incontri fuoriescono riflessioni, nonché idee da cui partire per sempre nuovi progetti.

Nonostante quanto sopra scritto rimango pur sempre un uomo detenuto.

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L’ergastolo è morte civile, ciò che sta scritto nella mia cartella biografica è: fine pena mai.  Questa dicitura la dice lunga, no?

Negli anni in cui mi ribellavo ( ma ero unicamente un ribelle inconcludente e disperato ) a tutto e tutti, e il carcere non era quello attuale, ma un’arena, non sentivo il peso di questa condanna, ero preda di una lucida follia, soprattutto non ero consapevole che in carcere “ci sono solo uomini vinti “, e per concludere, quando non hai più nulla da perdere, e ti circonda il nulla, la speranza scompare con la tua umanità.

Il carcere non è quello dei films o dei romanzi, il carcere sequestra i bisogni (desideri ) stabilendo quando questi possono essere soddisfatti, e quando e dove è possibile soddisfarli, impossessandosi così dei corpi e dei movimenti.

In carcere c’è un luogo, un tempo, uno spazio per ogni cosa che può essere fatta: dormire, lavarsi, studiare, svegliarsi, lavorare, passeggiare ( non ci crederete, ma ben poche di queste cose sono possibili).

Giorno dopo giorno, con una monotonia ripetitiva che uccide la fantasia e la creatività.

Tutte le attività sono programmate in anticipo ( dagli educatori, figure professionali preposte per legge per il trattamento rieducativo del detenuto, ma di educatori ce ne sono davvero pochi. E allora? ) in modo identico per tutta la comunità, senza che preferenze e desideri abbiano la minima importanza.

Il carcere non è solo la fisicità della segregazione, ma l’espressione di un modello culturale basato sull’esclusione, e su una pena che finisce per alterare profondamente  la percezione del tempo, dello spazio e quindi delle relazioni.

Privazione della libertà personale, è già la pena più grande, ma essere senza speranza, significa trascorrere giorno dopo giorno, anno dopo anno, con il passato che ricompone la sua trama, e il passato, presente e futuro, sono lì, in un attimo eterno dove il futuro non esiste.

Questa preclusione alla libertà personale, e sottomissione alla volontà altrui, conduce in un labirinto dove la vita sociale è ferma e ogni certezza scompare.

Inutile nasconderlo, il carcere continua a permanere un luogo separato che separa le persone detenute, ma allora come è possibile pretendere che il carcere recuperi alla società, se esso rappresenta un tempo e uno spazio esclusi dal tempo e dallo spazio della società?

Credo fermamente che il carcere recupererà alla società quando esso stesso sarà recuperato dalla società.

Si isola il carcere per proiezione dell’ombra, per immaginario collettivo, allontanandolo da qualsivoglia coscienza sociale.

Lo si pensa popolato di dannati, di mostri, di persone irrecuperabili, a tal punto da rimuoverlo, da rinchiudervi dentro tutto il male del mondo, la parte nera della società, dove ognuno ha paura di riconoscersi, e per questo lo si allontana, lo si esclude, lo si ghettizza.

Eppure un eccesso di pena, di condanna, di volontà al disinteresse e alla negazione di attenzione sensibile, senza uno scopo condivisibile, non credo possa essere considerata una punizione comprensibile e giusta, forse in questi termini ha più somiglianza con la rappresaglia.

Il delitto è chiaramente un atto odioso, inaccettabile, per cui occorre severità, ma la pena deve essere solo un tragitto di vita, che al suo finire espliciti forza e umanità sufficienti, per ricomporre quella inalienabile istanza che lega e salda le persone: la solidarietà sociale.

La pena dunque come un atto che punisce il crimine ma che rispetta l’uomo.

Il carcere c’è, è là, esiste nel suo fisico-psicologico-culturale, eppure si tende a ignorare la questione carceraria, e lo si fa per placare la coscienza collettiva, la quale sa bene che la prigione è il luogo ove seppellire e poi dimenticare i sintomi e gli effetti che lacerano la società.

Ecco perché il carcere non è ancora e purtroppo sentito come un problema sociale, perché appunto non riguarda la parte buona della società, di conseguenza  è preferibile rimuovere e dimenticare.

Questo atteggiamento produce un distacco profondo tra carcere e società, distacco che fa scordare come i reclusi, colpevoli e innocenti, sono cittadini come tutti gli altri, nati e vissuti nella stessa società, uomini che hanno sbagliato e per questo sono stati considerati devianti.

Uomini che stanno pagando il loro debito alla società.

Finchè ciò sopraddetto non sarà motivo di una discussione pacata e costruttiva, gli affetti e le relazioni sono annullati, in aggiunta alla privazione  del bene più grande, cioè della libertà.

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Parlare della libertà, sottende il possedere una capacità prospettica non indifferente.

Non è facile riuscire a guardare avanti, oltre gli ostacoli e l’isolamento.

Non è facile riuscire a vedere più in là delle miserie che ci portiamo addosso.

Allora pensare alla libertà in un luogo che la nega, e nega la conoscenza di una cultura del bello, ci si riduce alla pretesa di ritornare a muovere le membra e la mente, a non sottostare alle prescrizioni e alle regole imposte.

La cella diviene un proscenio ove la fuga in avanti comporta l’esaltazione di una libertà non interiorizzata, ma delegata all’istinto di non subire la sofferenza della privazione.

Ma la sofferenza non può essere fine a se stessa, il dolore deve essere mezzo e preludio per una gioia, come il riscatto per il detenuto.

Espiazione non può essere mera sopportazione di un male imposto, ma riconciliazione con se stessi e con gli altri.

Si tratta di una trasformazione nella rinuncia anche dolorosa dei vecchi convincimenti, e quindi di una nuova accessibilità al richiamo della coscienza, il che significa maturazione.

E’ una trasformazione che coinvolge l’interezza dell’uomo, passando da una assimilazione dell’ombra, da una assunzione della colpa, da un rimorso che deve essere anticamera di ben altra dimensione, cioè del pentimento.