ARTICOLI SUL CARCERE

di Vincenzo Andraous

 

23.9.08 RAVE PARTY:  NESSUNA USCITA DI EMERGENZA

Qualche tempo fa scrissi con rabbia e quindi? Dove sta la notizia? Dove la sorpresa?

Eppure, nuovamente, nei salotti buoni, ritorneranno i soliti volti  noti a dannarsi l’anima per tentare di dare una spiegazione plausibile, una causa decodificabile, una possibilità ben articolata per rendere meno ardua la sentenza, la quale non limita alla corresponsabilità di ognuno il peso di questa assenza, ma allarga a ciascuno la colpa, infatti ognuno e ciascuno siamo troppo presi a farci le scarpe con le promesse svuotate di ogni contenuto, siamo bravi a invocare sicurezze, ma persistiamo a non voler vedere a un palmo dal nostro naso.

Musica a palla e movimenti ossessivi, avanti senza fretta, tanto il tempo non esiste più, è lì bloccato, violentato dal futuro negato, nell’ultimo agguato che reclama il dazio più alto da pagare.

Un’altra ragazza è caduta a piombo, con le unghie colorate e le vesti intatte, distesa a terra, senza riuscire a trovare un’ansa dove ritemprarsi, dove rifugiarsi, dove ritrovare finalmente un senso.

Gli adulti nel frattempo fanno finta di non vedere gli altri, quelli con gli occhi spiritati dai capitomboli volanti, che comprano il biglietto per la prima fila e per la roba da calare giù. Stanno a parlare di droghe, di alcol, di disagio, di giovani tramortiti dalla anormalità fatta banalità, senza accorgersi delle ultime volontà di una società malata, sbilanciata per vincere a tutti i costi, perdendo i pezzi migliori.

Rave party e l’attesa racchiusa in un bicchiere, l’ultimo, quello della staffa, calato giù con la roba, così scompare l’urto del fastidio che verrà, senza fare rumore riempirà di attenzione ognuno, in una ossessione illusoriamente liberatoria, che condurrà al prossimo sacrificio.

Un’altra ragazza è morta, titoloni sui giornali e trasmissioni ad alto registro, per sottolineare il pericolo dei rischi estremi, la ferocia del suono che disinibisce, delle sostanze che inventano corsie preferenziali  prive di uscite di emergenza.

C’è urgenza di andare alle statistiche che dilaniano le certezze, per non accettare questa partitura scritta sulla pelle dei più giovani, c’è altro da indagare, per arginare quella voglia di scomparire, intesa all’inizio come una semplice boutade, ma a giorni alterni eletta a mito che non viene meno.

La strada da percorrere insieme sta nel mezzo di quel rave party, nel centro di quello spiazzo, dove la storia ci racconta un desiderio di vivere e gioire che non c’è più, di emozioni sparate addosso ai sentimenti, di un senso ripiegato su se stesso, così accartocciato da falsarne l’importanza.

Occorre smetterla con le politiche da neofiti d’accatto, serve raccontarci la nostra storia personale, che a volte non è bella, anzi è una gran brutta storia, ma proprio per questo potrebbe indurci a non guardare più il cielo e pensare che il “destino è cieco e non lo sa “.

Perché siamo noi i protagonisti dei nostri domani, delle nostre speranze di incontrare qualcuno che parla alle stelle di quel cielo, e quelle stelle portano il nostro nome.

 


 26.9.08 LA CONDANNA DEL SILENZIO

Ogni giorno che passa è scandito dalla notizia di un nuovo morto, quando va bene un ferito raccolto sbrigativamente per non creare ulteriori disagi.

E’ un bollettino di guerra in piena regola, neppure sotto guerra di mafia, di camorra, di Sparta e di Troia, c’è stata così terrificante la somma di vite umane andate in frantumi.

Un clichè sbalorditivo per la monotonia ripetitiva con cui si sottolineano sempre identiche le cause, riconducibili ai soliti ultimi anelli deboli della catena produttiva, eterno maledetto l’accidente inevitabile.

Uno, due, tre morti al giorno, in fabbrica, in cantiere, sulla strada, per ogni posto di lavoro rimasto sguarnito, eccone subito un altro da conquistare, rimesso in gioco per il miglior offerente, quello che arrampica veloce, che produce e tace, senza bisogno di funi salva vita, di perdite di tempo che non possono essere conteggiate, di eccessivi e improbabili ripensamenti. Un morto, uno sull’altro, tutti uguali, senza nome né storia vissuta, ma con la stessa imperturbabile insignificanza, morti sul lavoro che non costituiscono allarme sociale.

Sono morti che non hanno  più odore, neppure quello dell’inaccettabilità.

Il silenzio che avvolge questa ecatombe è inspiegabile, eppure ogni indicatore di cui disponiamo, ogni statistica divenuta dato esponenziale, ogni verifica e indagine segnalano una impennata dei pericoli che investono i lavoratori, al punto da essere diventati potenziali vittime predestinate.

Inutile domandarsi ancora e con colpevole ritardo quanto numerosi siano i fattori che concorrono alla prosecuzione di questa strage, soprattutto l’indifferenza per rendere meno infame il diritto di tutela della propria dignità personale, per ogni cittadino lavoratore, che intende essere sempre presente per arrivare a fine mese, tentando di riuscirci in maniera decorosa.

Ogni anno migliaia di morti, accompagnati alla fossa con tutte le risposte ben cucite sulla pelle, eppure questa immane ingiustizia non genera sentimenti di rigetto, di rifiuto, di rivalsa, il popolo bisbiglia, lo Stato sottolinea la tragedia con malcelata impotenza, le istituzioni puntano i piedi attraverso  l’esibizione di qualche  bel concerto.

Le  litanie prendono le sembianze delle campagne politiche e mediatiche, ma l’effetto che si ottiene è la condanna al silenzio e all’immobilismo.

E’ davvero incredibile come una deflagrazione umanitaria di questa portata, non moltiplichi a dismisura lo sgomento, non renda la necessarietà di giustizia un vero e proprio ariete, da attenzionare più ancora  del bisogno di sicurezza sociale invocato a ogni piè sospinto.

Forse non sappiamo più distinguere “ onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero”.

 

 Vincenzo Andraous

carcere Pavia e tutor Comunità Casa del Giovane Pavia